Conosciute soprattutto per il bianco fondale che procura all’acqua un colore turchese e suggestioni di tipo… “caraibico”, le ex cave di pomice a Lipari, località Porticello, sono al centro di una controversia che coinvolge la sicurezza, la salubrità dell’area nonché il futuro turistico dell’isola (di Cristina Risciglione e Renato Corpaci).

L’assetto geologico dell’isola di Lipari, la più estesa dell’arcipelago eoliano, costituisce un quadro di straordinaria complessità vulcanologica, studiato sistematicamente a partire dal XVIII secolo per comprendere le dinamiche eruttive e i processi di differenziazione magmatica.
La peculiarità geologica dell’isola risiede nella transizione tra differenti stili di attività, governati dalla subduzione (lo sprofondamento di una zolla al di sotto di quella immediatamente adiacente) della zolla ionica al di sotto dell’arco tirrenico, che determina la risalita di magmi a composizione chimica variabile.
Genesi geologica dell’isola
La pietra pomice purissima che caratterizza il distretto di Porticello e il Monte Pilato si è originata durante lo stadio post-erosivo. La genesi di questa roccia è legata al repentino raffreddamento di un magma riolitico viscoso esposto a una drastica caduta di pressione in superficie, che ha causato l’espulsione violenta e immediata dei gas occlusi. Questo meccanismo fisico ha impresso alla roccia una struttura vetrosa altamente vacuolare, caratterizzata da una densità inferiore a quella dell’acqua e da una porosità eccezionale.





Sui fronti di cava di Porticello, la stratificazione delle pomici è chiaramente visibile, documentando la successione delle diverse fasi depositive. Al contempo, il versante settentrionale digrada verso la spiaggia di Acquacalda, costituita prevalentemente da ciottoli di ossidiana nera e pinnacoli vulcanici contorti, la cui morfologia testimonia l’elevata viscosità del magma originario.
L’era dell’estrazione
L’utilizzo industriale e commerciale delle risorse vulcaniche di Lipari vanta una continuità storica plurimillenaria, le cui origini risalgono al Neolitico (V millennio a.C.). Durante la preistoria, l’ossidiana rappresentò il motore economico dell’arcipelago eoliano: grazie alla sua frattura concoide, che permetteva di ottenere margini estremamente taglienti, veniva estratta e ampiamente esportata nell’Italia continentale, come documentato dai ritrovamenti archeologici in Abruzzo, Toscana, Basilicata e Puglia. In questa prima fase, l’estrazione della pomice si attestava su volumi modesti, stimati tra le 100 e le 200 tonnellate annue, destinate principalmente a usi domestici e di levigazione artigianale.
In epoca classica, l’ingegneria romana intuì le straordinarie proprietà strutturali della pomice. La roccia fu impiegata come inerte leggero all’interno dei calcestruzzi idraulici (opus caementicium) per la realizzazione di coperture voltate di eccezionale luce, tra cui la cupola del Pantheon a Roma, e come elemento decorativo e coibentante nelle murature delle insulae residenziali.











La proiezione internazionale del giacimento di Porticello si consolidò a partire dal XVIII secolo con l’arrivo di commercianti francesi. Nel 1781, il celebre geologo Déodat de Dolomieu descrisse Lipari come un “immenso magazzino” deputato al rifornimento di pomice per l’intero continente europeo, un’osservazione condivisa nel 1788 dal naturalista Lazzaro Spallanzani, il quale descrisse l’intensa attività estrattiva che si svolgeva sulle pendici del Monte Pilato.
Conflitti, silicosi e tutela dei beni civici
I cavatori di pomice, residenti principalmente nelle frazioni costiere di Canneto e Acquacalda, vivevano una condizione di semischiavitù. Qui, sotto la direzione di un caposquadra, gruppi di circa dieci operai lavoravano in gallerie anguste e instabili, illuminate solo da lucerne ad olio di terracotta, scavando la roccia friabile senza alcuna opera di sostegno strutturale. Il sistema di pagamento, basato sull’erogazione di anticipi monetari da parte dei proprietari, legava indissolubilmente i lavoratori ai datori di lavoro, impedendo qualsiasi forma di protesta o rivendicazione salariale.











La conseguenza più drammatica di questa attività era la diffusione in massa della silicosi polmonare. L’assenza di sistemi di ventilazione e di dispositivi di protezione individuale determinava l’inalazione costante di polveri sottilissime di silice, che distruggevano progressivamente il tessuto polmonare dei cavatori. Nel 1909, il geografo Vittorio Bertarelli denunciò l’arretratezza e la pericolosità igienico-sanitaria di questi metodi estrattivi, definendoli dannosi per la salute pubblica.
Il fallimento della società
Nel secondo dopoguerra, lo sfruttamento industriale della pomice fu monopolizzato dalla Pumex S.p.A., con sede in località Porticello. Sotto la gestione della Pumex, l’attività estrattiva raggiunse volumi imponenti, toccando punte di due milioni di quintali all’anno. L’azienda realizzò imponenti infrastrutture di lavorazione, magazzini e un lungo pontile metallico proteso sul mare per consentire il carico rapido delle navi mercantili.












L’istituzione del sito UNESCO delle Isole Eolie nel dicembre del 2000 segnò l’inizio della crisi irreversibile del modello estrattivo. Il contrasto tra le tutele paesaggistiche internazionali e la prosecuzione dell’attività industriale divenne insanabile. Nel 2007, un’indagine della Procura della Repubblica di Barcellona Pozzo di Gotto accertò gravi e sistematiche violazioni delle norme di tutela ambientale da parte della Pumex S.p.A., decretando il blocco definitivo delle attività estrattive e segnando la fine delle “paurose colline bianche”.
La Regione Sicilia e la speculazione immobiliare
Nel tentativo di preservare l’integrità storica del sito, la Regione Siciliana aveva apposto un vincolo storico-etnoantropologico sull’intera area pomicifera di Porticello il 13 ottobre 2021. Il 1° agosto 2022, il TAR Catania ha annullato il vincolo regionale. Il Dipartimento dei Beni Culturali della Regione Siciliana, su parere dell’Avvocatura dello Stato di Palermo, ha rinunciato a proporre appello, rendendo la sentenza definitiva.
La società MT Project S.r.l. ha presentato una proposta di concordato fallimentare offrendo la somma di 3.047.626 euro per l’acquisto dell’intero compendio di Porticello. Questa operazione è stata duramente osteggiata dalle associazioni ambientaliste, in primis Italia Nostra, che tramite i suoi esponenti Angelo Sidoti e Leandro Jannì ha denunciato l’operazione all’assessorato regionale e all’UNESCO.







La “guerra” sulle cave di Porticello riflette la contrapposizione tra la salvaguardia della memoria storica e la privatizzazione delle risorse paesaggistiche. Le associazioni denunciano il rischio che un insediamento alberghiero massivo cancelli definitivamente l’identità dell’area e mini le basi stesse del riconoscimento UNESCO, trasformando un patrimonio collettivo in una concessione esclusiva.
Rischi idrogeologici e precarizzazione sociale
L’abbandono prolungato del sito estrattivo ha innescato gravi ripercussioni di natura ecologica e idrogeologica, che minacciano l’incolumità pubblica e la stabilità dell’isola. Il dilavamento causato dalle piogge invernali provoca il continuo scivolamento a valle di detriti pomiciferi incoerenti, che occludono i canali di scolo naturali e sovrastano pericolosamente la strada provinciale Canneto-Acquacalda. Questo processo erosivo si ripercuote direttamente sul fragile ecosistema costiero.




A questa emergenza ambientale si affianca una vertenza occupazionale irrisolta che coinvolge i 35 ex lavoratori della Pumex. Le tensioni sindacali, sfociate in ripetuti stati di agitazione proclamati dalla FP Cgil, evidenziano la necessità di individuare un percorso giuridico solido che possa legare la stabilizzazione occupazionale di questa platea di lavoratori alle opere di recupero e gestione del futuro parco geominerario.
Modelli di rigenerazione sostenibile
Il punto di svolta politico-amministrativo si è registrato il 17 giugno 2021, quando la Giunta Regionale Siciliana, con la deliberazione n. 265, ha deciso di istituire il “Museo della Pomice e Parco geominerario della Pomice – Isola di Lipari”.
A supporto di questa transizione, la comunità locale guarda con interesse al modello di gestione virtuoso applicato all’ex cava di caolino, situata sul versante nord-occidentale di Lipari. Acquisita nel 2018 da un’impresa vinicola privata (Tenuta di Castellaro), l’area è stata riqualificata come parco geomineralogico privato ad accesso libero, realizzato esclusivamente con fondi privati e senza sussidi pubblici.




Solo attraverso l’attuazione di un piano organico di rigenerazione sarà possibile sottrarre le “colline bianche” di Porticello al degrado fisico e morale, trasformando un simbolo di archeologia industriale e sofferenza operaia in un polo di eccellenza scientifica, culturale e turistica integrato nel patrimonio mondiale dell’umanità.
Per maggiori informazioni: Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO
(Alcune immagini pubblicate in questa pagina sono state scattate nell’agosto 2014, pertanto potrebbero non rispecchiare le condizioni attuali dell’area).







