“November” di David Mamet

Cucuncia Entertainment e Goldenart Production presentano, November, una commedia di David Mamet, dal 5 al 17 maggio 2026 a Teatro Manzoni di Milano, nella traduzione di Luca Barbareschi, per la regia Chiara Noschese. Sul palco gli stessi Barbareschi e Noschese, con il supporto di Simone Colombari, Nico Di Crescenzo e Brian Boccuni (di Cristina Risciglione e Renato Corpaci)

Luca Barbareschi come Charles H.P. Smith

La parabola creativa di David Mamet, una delle figure più polarizzanti e influenti del teatro americano contemporaneo, trova in November un punto di snodo fondamentale dove la satira politica si fonde con la farsa esistenziale. Scritta nel 2007, nel pieno di una transizione epocale per la società statunitense segnata dalla crisi economica e dal tramonto dell’era Bush, l’opera si configura come una radiografia spietata dello Studio Ovale, trasformato da tempio della democrazia a ufficio di un truffatore di basso bordo.

Anche se verrebbe istintivo tracciare un paragone con l’attuale inquilino della Casa Bianca (in realtà la prima presidenza Trump è di parecchi anni successiva, dal 20 gennaio 2017 al 20 gennaio 2021), la pièce non è semplicemente una parodia di un presidente specifico, ma una decostruzione della liturgia del potere, ridotto a una serie di scambi mercantili, ricatti morali e disperati tentativi di salvataggio d’immagine. Attraverso una scrittura che oscilla tra il virtuosismo ritmico e l’aggressività verbale, Mamet mette in scena il collasso del sogno americano nel momento del suo massimo squallore burocratico. In questo caso, si potrebbe affermare perciò che, ai giorni nostri, è la realtà a essersi “ispirata” alla fiction.

L’ambientazione temporale di November è cruciale per comprendere la carica di cinismo che pervade il testo. Siamo a pochi giorni dalle elezioni presidenziali e il titolare della carica, Charles H.P. Smith, è consapevole che la sua carriera politica è giunta al capolinea. Gli indici di gradimento sono, in una delle battute più celebri del testo, “più bassi del colesterolo di Gandhi”, e la macchina elettorale è priva di fondi. Questa condizione di vulnerabilità libera il personaggio da ogni residuo di decoro istituzionale, permettendo a Mamet di esplorare la psicologia di un uomo che, non avendo più nulla da perdere in termini elettorali, decide di monetizzare ogni briciolo di influenza rimastagli.

La narrazione si concentra su una singola giornata frenetica, un’unità di tempo che accentua la claustrofobia dell’azione scenica. Smith non si preoccupa del bene comune o del giudizio della storia, se non nella misura in cui quest’ultima possa garantirgli una biblioteca presidenziale finanziata con soldi di dubbia provenienza. Il conflitto centrale non riguarda programmi politici o visioni ideologiche, ma la necessità pragmatica di trovare “un problema e un fondo”. In questo contesto, l’ufficio presidenziale diventa una zona franca dove la distinzione tra pubblico e privato svanisce, e dove la moglie del presidente può preoccuparsi di portare via il divano della Casa Bianca.

La struttura drammaturgica di November poggia su un quintetto di personaggi che rappresentano diverse sfaccettature della corruzione e dell’idealismo deviato. La tensione tra questi attori sociali crea un meccanismo teatrale che la critica italiana ha definito “perfetto”, capace di dosare i tempi comici con riflessioni amare sulla condizione umana.

Il presidente Charles Smith, interpretato originariamente da Nathan Lane e in Italia da Luca Barbareschi, è una figura che incarna l’infantilismo del potere. Egli è un uomo che vive in uno stato di costante negoziato con la realtà, capace di passare dalla furia cieca alla supplica patetica nel giro di poche battute. La sua inettitudine è totale: non ricorda i nomi dei paesi con cui è in guerra e confonde i protocolli diplomatici con transazioni da mercato rionale.

Tuttavia, Mamet gli conferisce una vitalità ferina che lo rende irresistibile dal punto di vista scenico. Smith non è un cattivo shakespeariano mosso da una grande ambizione, ma un piccolo uomo che si trova a gestire una macchina troppo grande per lui, cercando di trarne il massimo profitto personale prima dell’inevitabile sfratto.

Archer Brown, il consigliere del presidente, rappresenta la continuità del sistema. Se Smith è l’attore che recita la parte del leader, Brown è il suggeritore che conosce la falsità di ogni riga del copione. La sua funzione è quella di riportare costantemente il presidente alla realtà cruda dei numeri e dei rapporti di forza. Quando Smith sogna di ribaltare i sondaggi, Brown lo gela con un lapidario: “Tutti ti odiano, e sei senza contanti. Vai a casa”. Brown incarna quella saggezza spietata che Mamet attribuisce spesso ai suoi personaggi maschili: un’accettazione del mondo come un luogo di lupi dove la morale è un lusso che nessuno può permettersi.

Clarice Bernstein è forse il personaggio più complesso mai creato da Mamet per una farsa. Speechwriter lesbica e progressista, Bernstein è l’unica a possedere una parvenza di etica, eppure lavora per un uomo che rappresenta tutto ciò che lei dovrebbe disprezzare. Il suo ritorno dalla Cina con una figlia adottiva e un’influenza aviaria metaforica (e letterale) introduce l’elemento del cambiamento sociale all’interno dello Studio Ovale. Bernstein non chiede giustizia, ma negozia i propri ideali: accetta di scrivere il discorso che potrebbe salvare l’immagine di Smith in cambio della legalizzazione del matrimonio omosessuale celebrato in diretta televisiva. Questo baratto evidenzia come, nella visione di Mamet, anche i diritti civili più nobili finiscano per diventare pedine in un gioco di potere transazionale.

La recensione di un’opera di Mamet non può prescindere da un’analisi del linguaggio, che in November assume una valenza quasi musicale. Il “Mamet Speak” è qui portato all’estremo, con dialoghi che si susseguono a una velocità tale da non permettere allo spettatore di razionalizzare l’assurdità di quanto viene detto. La tecnica di Mamet si basa sulla verità dell’azione: i personaggi non parlano per esprimere sentimenti, ma per ottenere qualcosa. Ogni interruzione, ogni sovrapposizione e ogni pausa è studiata per riflettere lo stato psicologico e la gerarchia di potere del momento.

In November, questo stile si evolve nel cosiddetto “Mamet Shout”, dove la raffinatezza ellittica dei primi lavori lascia il posto a dichiarazioni tematiche dirette, quasi urlate al pubblico attraverso battute fulminanti. La volgarità non è mai fine a se stessa, ma funge da collante ritmico e da indicatore della temperatura emotiva della scena.

La pièce è celebre per la sua capacità di insultare equamente ogni gruppo sociale, etnico e religioso. Mamet utilizza lo Studio Ovale come un pulpito da cui lanciare strali contro le ipocrisie del politicamente corretto. Dalla satira sui nativi americani rappresentati dal capo Grackle alla gestione dei rapporti con la Cina, l’autore non risparmia nessuno. Questo approccio è stato interpretato da alcuni critici come un segnale del declino conservatore di Mamet, mentre altri lo vedono come un ritorno alla funzione originaria della satira: quella di non avere vacche sacre. Il presidente Smith, con i suoi commenti razzisti e sessisti, diventa lo specchio deformante di un’America che cova risentimenti profondi sotto una coltre di formalismo istituzionale.

L’arrivo in Italia di November – che ha debuttato in prima nazionale al Teatro delle Api di Porto Sant’Elpidio il 25 febbraio 2025 – grazie alla traduzione di Luca Barbareschi e alla regia di Chiara Noschese, ha dato nuova linfa al testo. Barbareschi ha sottolineato il legame quasi fraterno con Mamet, descrivendo l’autore come un genio dotato di una fortissima onestà intellettuale.

In generale, la critica italiana si è espressa positivamente sul testo e sul valore satirico-politico, apprezzando il ritmo e l’impatto comico, mentre si è divisa sull’interpretazione di Barbareschi, il cui stile, a volte sopra le righe, rende meno evidente la finezza della scrittura di Mamet, che fa contemporaneamente ridere e riflettere, senza moralismi espliciti.

La regia di Noschese, che ha optato per un approccio realistico nella scenografia — uno Studio Ovale impeccabile con bandiere, scrivania e tende — per far risaltare per contrasto l’assurdità del comportamento dei personaggi, è stata generalmente accolta con giudizi positivi, anche se non unanimi, spesso in dialogo (e talvolta in contrapposizione) con la forte presenza scenica di Luca Barbareschi.

In sostanza, la regia viene considerata efficace nel servire il testo, senza appesantirlo con soluzioni registiche invasive. Tuttavia, alcuni hanno rilevato che la regia sia poco incisiva o poco “visibile”, quasi subordinata all’interpretazione del protagonista; una regia, insomma, “di servizio”, più funzionale che interpretativa, dove avrebbe potuto contenere maggiormente l’energia di Barbareschi, per valorizzare meglio le sfumature del testo.

Tutto ciò detto, lo spettacolo è obiettivamente esilarante, specialmente nella sua seconda parte.

Uno degli elementi più surreali e significativi della trama è la figura del rappresentante dall’Associazione Nazionale Produttori Tacchino. Il presidente Smith cerca di estorcere una cifra esorbitante all’industria dei tacchini in cambio della revoca del perdono presidenziale, arrivando a minacciare di vietare il consumo di carne avicola in tutto il paese. Questa sottotrama, apparentemente assurda, riflette la realtà del lobbismo americano, dove ogni gesto simbolico ha un prezzo e dove gli interessi commerciali dettano l’agenda politica. Il tacchino, destinato al sacrificio o al perdono arbitrario, diventa la metafora del cittadino elettore, la cui sorte è decisa in stanze chiuse sulla base di scambi di favori di cui non ha conoscenza.

Luca Barbareschi con il tacchino… graziato

Mamet esplora con lucidità quella che la critica ha definito “psicopolitica”: l’analisi di come il potere modifichi la percezione del sé e degli altri. Per Charles Smith, lasciare la poltrona non è solo una sconfitta politica, ma una perdita di identità e di protezione legale. La commedia evidenzia come, in democrazia, la transizione pacifica del potere sia un processo psicologicamente violento per chi lo detiene. Il presidente è ossessionato dal “record espunto” e dalla prescrizione, temendo che, una volta tornato un privato cittadino, i suoi crimini passati possano tornare a perseguitarlo. Questa paura lo spinge ad azioni sempre più spericolate, dimostrando che un leader senza futuro è più pericoloso di uno con una carriera davanti.

November si colloca in una fase della carriera di Mamet definita da alcuni come una “spirale discendente”. Tuttavia, a distanza di quasi vent’anni dalla sua stesura, l’opera appare dotata di una lungimiranza sorprendente. La figura del presidente infantile, volgare e incurante delle norme, che Mamet aveva tratteggiato come una farsa estrema nel 2007, è diventata per molti versi una cronaca politica negli anni successivi. La pièce suggerisce che la satira non serve a cambiare il mondo, ma a fornire gli strumenti intellettuali per sopportarlo. Non ci sono soluzioni nel mondo di Mamet, solo “riarrangiamenti di problemi”, e la risata è l’unica difesa rimasta contro l’assurdità di un sistema che sembra aver perso ogni bussola morale.

In definitiva, November non è solo una recensione feroce della politica americana, ma un’opera teatrale che sfida le convenzioni della farsa per toccare corde profonde dell’animo umano. La sua forza risiede nella capacità di unire l’intrattenimento più sfrenato a una satira sociale che non lascia scampo. David Mamet, attraverso il suo caratteristico stile asciutto e spudorato, ci consegna un ritratto del potere che è al tempo stesso esilarante e terrificante.

L’interpretazione italiana della pièce ha confermato la validità universale del testo, dimostrando che le dinamiche di corruzione, narcisismo e negoziazione descritte da Mamet non conoscono confini geografici.

Luca Barbareschi, e Chiara Noschese (foto C.Risciglione)

Charles Smith, Archer Brown e Clarice Bernstein rimangono archetipi moderni di un’umanità che, pur tra mille contraddizioni, cerca disperatamente di dare un senso (o un prezzo) alla propria esistenza nel grande mercato della storia. La “macchina comica” di November continua a girare a pieno ritmo, ricordandoci che, mentre i presidenti passano, i vizi che essi incarnano sembrano destinati a restare eternamente in carica.

November
una commedia di David Mamet
Traduzione di Luca Barbareschi

con
Luca Barbareschi    Charles Smith
Chiara Noschese     Clarice Bernstein
Simone Colombari    Archer Brown
Nico Di Crescenzo    Rappresentante associazione nazionale produttori tacchino
Brian Boccuni    Dwight Grackle

Scene Lele Moreschi
Costumi Federica De Bona
Luci Francesco Vignati

Regia Chiara Noschese

Per maggiori informazioni: Teatro Manzoni Milano

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