Il Museo Vincenzo Vela di Ligornetto inaugura la stagione primaverile con la mostra Bertille Bak. Voci dalla terra, prima personale dell’artista francese in un’istituzione museale svizzera. Realizzata in stretta collaborazione con la stessa Bertille Bak e curata dalla direttrice del museo Antonia Nessi, l’esposizione pone in dialogo opere recenti dell’artista con la collezione del museo, in particolare con Le vittime del lavoro (1882-83) di Vincenzo Vela (di Cristina Risciglione e Renato Corpaci)

Geopolitica del lavoro nell’opera di Bertille Bak
L’opera di Bertille Bak si configura come uno dei percorsi più densi e stratificati dell’arte contemporanea europea, ponendosi all’intersezione tra la pratica documentaria, la metodologia antropologica e una forma di attivismo poetico che mira a scardinare le narrazioni consolidate sul mondo del lavoro. Nata ad Arras (Francia) nel 1983, l’artista ha sviluppato una ricerca che non si limita alla mera osservazione delle condizioni di marginalità, ma agisce attivamente sui tessuti sociali delle comunità coinvolte, trasformando il gesto lavorativo in uno strumento di affermazione identitaria e di rivolta alternativa. Il lavoro, nel corpus di Bak, non è solo un’attività economica o un mezzo di sussistenza, ma un prisma attraverso cui analizzare le trasformazioni globali, l’erosione dei diritti e la persistenza di forme di sfruttamento che, pur mutando pelle nel tempo, mantengono una radice comune di oppressione sistemica.
La memoria del carbone come bussola etica
Discendente di una famiglia di minatori polacchi emigrati nel nord della Francia, Bak è la nipote di uomini che iniziarono a lavorare nelle miniere di carbone all’età di tredici anni. Questa eredità non è vissuta come un reperto nostalgico, ma come una ferita aperta e una responsabilità testimoniale. La sua formazione presso l’École Nationale des Beaux-Arts di Parigi, sotto la guida di Christian Boltanski, ha affinato la sua sensibilità verso il valore della memoria collettiva e degli oggetti quotidiani come tracce di esistenze altrimenti destinate all’oblio.


L’opera giovanile Faire le mur (2008) rappresenta il primo grande confronto con questa eredità. Nel comune di Barlin, un ex distretto minerario destinato a un piano di “riqualificazione” urbana che prevedeva lo sfratto degli ex lavoratori e la trasformazione delle loro storiche abitazioni, Bak non si pone come una documentarista esterna. Al contrario, si immerge nella comunità, stabilendo legami di fiducia che le permettono di trasformare gli abitanti in coautori del progetto. Invece di limitarsi a filmare la fine di un’epoca, Bak stimola una “rivolta alternativa”: una serie di gesti performativi, ironici e surreali che gli abitanti compiono per rivendicare la propria presenza sul territorio. Il lavoro qui non è più produzione di carbone, ma produzione di resistenza culturale.
Globalizzazione del dolore
Se le prime opere di Bak si concentrano sulla realtà locale e familiare del nord della Francia, la sua ricerca si è progressivamente allargata verso una dimensione globale, seguendo le rotte delle materie prime e dello sfruttamento transnazionale. Il progetto Mineur Mineur (2022), presentato alla Fondazione Merz di Torino dopo la vittoria del Mario Merz Prize, rappresenta l’apice di questa indagine. Il titolo stesso gioca sulla polisemia della parola francese mineur, che indica sia il minatore che il minorenne, denunciando in modo diretto la piaga del lavoro minorile che colpisce circa 152 milioni di bambini nel mondo.
L’artista ha viaggiato in cinque diversi paesi, mappando una geografia estrattiva che sostiene il benessere tecnologico e il mercato del lusso dell’Occidente. In ogni contesto, Bak ha adottato la sua consueta metodologia di immersione, vivendo con le comunità e raccogliendo non solo immagini, ma sogni, disegni e testimonianze dirette dei piccoli lavoratori.







In Mineur Mineur, Bak evita accuratamente la retorica della commiserazione. La videoinstallazione a cinque canali mescola il registro documentario con elementi fantastici e ludici, creando una dissonanza cognitiva che costringe lo spettatore a riflettere sulla propria posizione di consumatore. I bambini sono ripresi inizialmente nell’intimità delle loro stanze, ma vengono poi mostrati mentre navigano tunnel sotterranei che ricordano le attrazioni di un luna park o i labirinti di un videogioco. Questa scelta stilistica, lungi dal minimizzare la tragedia, sottolinea l’ingiustizia di un’infanzia negata: il gioco, diritto universale di ogni bambino, viene qui pervertito e fuso con la fatica estrema di un lavoro che consuma i corpi prima ancora che abbiano raggiunto la maturità.
L’installazione This mine is mine (2022) rafforza questa critica attraverso l’uso di disegni infantili raccolti in Bolivia e India. Questi disegni non raffigurano scenari fantastici o familiari, ma mappe dettagliate dei tunnel, strumenti di scavo e strutture di estrazione. Collocandoli all’interno di strutture in cartone e metallo che richiamano giocattoli giganti ma instabili, Bak evidenzia come il lavoro colonizzi l’immaginario dei bambini, privandoli della capacità di sognare al di fuori delle necessità produttive.
In Boussa from the Netherlands, Bak descrive l’odissea dei gamberetti olandesi, inviati in Marocco per essere sgusciati a basso prezzo e rimandati indietro per essere venduti sui banchi dei supermercati, mentre gli occhi vengono utilizzati per riempire bottigliette decorative. Sebbene Bak si concentri maggiormente sulle dinamiche di produzione, il contesto delle cooperative marocchine offre uno sfondo significativo alla sua critica del capitalismo: le donne si riuniscono in cooperative per garantire un reddito costante, trasformando un’arte domestica in un’economia di sussistenza che deve mediare costantemente tra tradizione locale e prezzi di mercato internazionali.
Bleus de travail e la silicosi
La riflessione di Bak sul lavoro non risparmia le conseguenze fisiche e biologiche della produzione industriale. In Tu redeviendras poussière (2017), l’artista torna nelle ex città minerarie per indagare la lotta dei malati di silicosi e delle loro vedove. Il video rivela la complicità dei medici minerari nel determinare i livelli di silice nei polmoni, spesso sottostimandoli per favorire le aziende ed evitare il pagamento degli indennizzi. Prima che l’ultima generazione di minatori si estingua, Bak raccoglie questa “ultima lotta impossibile”, trasformandola in una favola tragica dove la polvere non è solo quella del carbone, ma la materia stessa di un’ingiustizia che perdura oltre la fine dell’attività estrattiva.



Parallelamente, Bleus de travail (2020) utilizza una potente metafora animale per descrivere la meccanizzazione della vita. Il video mostra migliaia di pulcini, sfruttati fin dalla schiusa, che vengono selezionati, dipinti con colori vivaci e “lanciati in aria” per scopi di intrattenimento o distrattivi. Questi pulcini rappresentano i bambini minatori o, più in generale, i lavoratori precari inseriti in una catena di montaggio capitalistica dove la loro individualità è annullata in favore di un risultato estetico o produttivo fittizio. Il “blu di lavoro” (bleu de travail) del titolo non è solo la tuta dell’operaio, ma il colore della produzione seriale che marca i corpi fin dalla nascita.
Bertille Bak al Museo Vincenzo Vela
Un momento cruciale nella ricezione critica del lavoro di Bak in area italofona è rappresentato dalla mostra Voci dalla terra (2025-2026) presso il Museo Vincenzo Vela di Ligornetto. Questa esposizione è particolarmente significativa perché pone l’opera dell’artista in dialogo con il capolavoro della scultura verista dell’Ottocento, Le vittime del lavoro di Vincenzo Vela.




Vela realizzò il suo monumento per onorare i lavoratori morti durante lo scavo del traforo ferroviario del San Gottardo, un’opera d’avanguardia che per la prima volta portava al centro del museo la sofferenza anonima degli operai. Le opere di Bak estendono il significato di questo monumento alla realtà contemporanea, globalizzando la questione del lavoro. Se Vela utilizzava il bronzo e il realismo drammatico per fermare nel tempo la memoria delle vittime, Bak utilizza il video, l’installazione effimera e la narrazione partecipativa per catturare le “voci invisibili” della terra di oggi: minatori indiani, bambini boliviani, artigiani marocchini.
La curatela di Antonia Nessi e il supporto di studiosi come Giorgio Zanchetti hanno evidenziato come Bak riesca a dare una “lettura nuova” al monumento di Vela, dimostrando che le problematiche del lavoro — la precarietà, il pericolo, l’invisibilità sociale — non sono affatto superate, ma si sono semplicemente spostate in altre zone del globo o in altri settori produttivi. Il museo diventa così uno spazio di riflessione universale sul valore dell’uomo nei processi di trasformazione economica.
Implicazioni filosofiche e politiche del lavoro
L’analisi dell’opera di Bak solleva interrogativi che superano l’ambito artistico per toccare la filosofia politica e l’etica sociale. Rifacendosi alla riflessione sulla “virtù aristotelica”, emerge come in condizioni di ingiustizia sistemica, la possibilità di condurre la “vita in equilibrio tra il bene e il male” sia minata alla radice. La stabilità politica e la dignità del lavoro sono beni esterni necessari alla realizzazione dell’individuo; senza di essi, anche i soggetti più virtuosi sperimentano la perdita e il dolore come elementi costitutivi della propria esistenza.





Bak documenta questa impossibilità sistemica, ma non si arrende al fatalismo. La sua pratica artistica è una forma di poiesis (creazione), intesa come “rivelare il reale”, opposta alla considerazione delle persone semplicemente come riserva inesauribile di risorsa umana. Attraverso il processo collaborativo e un salto di prospettiva, Bak riconosce l’essenzialità degli altri, restituendo loro quella voce che il sistema produttivo tenta di soffocare.
Inoltre, la sua critica si estende alla “politica dell’arte” contemporanea. Spesso l’arte militante si limita a “impacchettare” la povertà e l’ingiustizia per il mercato del collezionismo o per le grandi kermesse internazionali, evitando di discutere le proprie condizioni di produzione. Bak, al contrario, rende il processo produttivo parte integrante dell’opera. Il fatto che i protagonisti siano coautori, che ricevano una forma di riconoscimento (non solo simbolico) e che l’opera stessa nasca da lunghi periodi di vita in comune, sottrae il suo lavoro alla logica del “mercato dell’ingiustizia”.
L’archivio della resistenza come eredità per il futuro
L’opera di Bertille Bak rappresenta un contributo fondamentale alla comprensione delle dinamiche del lavoro nel ventunesimo secolo. Attraverso una sintesi unica di rigore etnografico e libertà immaginativa, l’artista ha costruito un “archivio della resistenza” che documenta non solo la sofferenza, ma anche l’incredibile resilienza delle comunità umane di fronte alle sfide della globalizzazione e del declino industriale.
Il suo lavoro ci obbliga a confrontarci con le asimmetrie del mondo contemporaneo, dove il comfort di una parte dell’umanità è costruito sul “respiro mozzato” di un’altra parte. Tuttavia, la lezione di Bak è intrisa di una profonda fiducia nella capacità dell’uomo di sovvertire l’ordine stabilito attraverso la creatività collettiva. Le sue fiabe contemporanee, pur nella loro tragicità, conservano sempre un nucleo di speranza e di ironia, ricordandoci che il lavoro, quando viene spogliato della sua carica oppressiva per tornare a essere un gesto di relazione e di cura del mondo, rimane la base indispensabile per ogni forma di convivenza civile e di dignità umana.




Bertille Bak non ci offre soluzioni preconfezionate, ma ci fornisce gli strumenti per guardare “dietro le quinte” della realtà produttiva, esortandoci a non essere complici silenziosi di un sistema che consuma le vite umane come combustibile per una crescita senza fine.
In parallelo alla mostra, il museo propone un approfondimento dedicato al traforo del San Gottardo.
Il focus presenta opere, testimonianze e materiali legati sia all’altorilievo veliano sia alla costruzione della galleria alpina, provenienti da musei e archivi pubblici e privati. Il percorso è arricchito da una selezione di fotografie storiche dedicate alla ferrovia del Gottardo, tra cui le celebri Photographische Ansichten der Gotthardbahn (ca. 1881-82) di Adolphe Braun.
Bertille Bak. Voci dalla terra
A cura di Antonia Nessi
Museo Vincenzo Vela
26 aprile 2026- 10 gennaio 2027
Per maggiori informazioni: Museo Vincenzo Vela







