“La donna più ricca del mondo”. Al cinema

La donna più ricca del mondodi Thierry Klifa arriva al cinema dal 16 aprile distribuito da Europictures e viene presentato come film di apertura alla sedicesima edizione di Rendez-Vous – Festival del Nuovo Cinema Francese, che si è tenuto al Cinema Nuovo Sacher di Roma dal 7 all’11 aprile, alla presenza del regista Thierry Klifa e delle attrici Isabelle Huppert e Marina Foïs (di Renato Corpaci).

Isabelle Huppert nei panni di Marianne Farrère/Liliane Schueller-Bettencourt

Scritto e diretto dal regista francese Thierry Klifa e presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2025, La donna più ricca del mondo vede protagonista la star Isabelle Huppert, icona assoluta del cinema internazionale, insieme a Laurent Lafitte, che per questo ruolo è stato insignito del Premio César 2026 come Miglior Attore.

La donna più ricca del mondo: la sua bellezza, la sua intelligenza, il suo potere. Un fotografo: la sua ambizione, la sua insolenza, la sua follia. Il colpo di fulmine che li travolge. Un’ereditiera diffidente che lotta per essere amata. Un maggiordomo vigile che sa più di quanto lasci trasparire. Segreti di famiglia. Donazioni astronomiche. Una guerra in cui tutto è permesso.

La donna più ricca del mondo si ispira liberamente al cosiddetto “affaire Bettencourt”, scandalo esploso in Francia tra il 2009 e il 2010 attorno all’ereditiera del celebre marchio L’Oréal, accusata di essere stata manipolata e spinta a elargire ingenti somme a persone del suo entourage.

L’Affaire Bettencourt

L’affare Bettencourt non può essere ridotto a una mera disputa ereditaria o a un caso di cronaca giudiziaria di alto profilo; esso rappresenta un prisma attraverso cui è possibile analizzare le intersezioni tra grande capitale, potere politico e fragilità umana nella Francia del XXI secolo. Ciò che è iniziato come un conflitto privato tra Françoise Bettencourt Meyers e il confidente di sua madre, François-Marie Banier, si è trasformato in un terremoto istituzionale che ha scosso le fondamenta dell’Eliseo, ha forzato una riscrittura delle norme sulla trasparenza pubblica e ha messo a nudo le dinamiche di potere all’interno di uno dei giganti mondiali della cosmetica, L’Oréal.

Il retaggio di Eugène Schueller e la costruzione dell’impero

La genesi dell’affare Bettencourt affonda le sue radici nella prima metà del XX secolo, in un’epoca segnata da innovazione scientifica e turbolenze ideologiche. Eugène Schueller, fondatore di L’Oréal, non fu solo un chimico geniale che rivoluzionò l’industria della bellezza, ma anche una figura controversa legata a movimenti di estrema destra come La Cagoule e a forme di collaborazione durante l’occupazione nazista della Francia. Questa eredità storica ha proiettato un’ombra lunga sulla famiglia, influenzando non solo la percezione pubblica della fortuna Bettencourt, ma anche le dinamiche interne di una famiglia che ha cercato per decenni di bilanciare un immenso successo commerciale con la necessità di una riabilitazione morale e sociale.   

Liliane Schueller, figlia unica di Eugène, crebbe in questo ambiente di privilegio assoluto e di rigida disciplina. La morte precoce della madre e il rapporto simbiotico con il padre ne modellarono la personalità, rendendola l’erede di un impero ma anche una figura isolata dalla realtà quotidiana della classe media francese. Il suo matrimonio nel 1950 con André Bettencourt, un giovane politico di talento con un passato altrettanto complesso legato alla stampa collaborazionista, consolidò un’unione che era allo stesso tempo affettiva e strategica. Mentre Liliane rappresentava il capitale e la continuità di L’Oréal, André scalava i vertici della politica francese, servendo come ministro sotto diversi presidenti e tessendo quella rete di influenze che avrebbe protetto la famiglia per oltre mezzo secolo.

François-Marie Banier e la dialettica della “predazione”

La figura centrale dell’affare, il fotografo e dandy François-Marie Banier, entra nella vita dei Bettencourt nel 1987. Banier non era un estraneo ai circoli dell’alta società parigina; la sua abilità nel tessere relazioni con personalità del calibro di Salvador Dalí, Picasso e Yves Saint Laurent lo rendeva un ospite affascinante e un conversatore brillante. Per Liliane Bettencourt, colpita da una sordità progressiva che la isolava dai dialoghi convenzionali, Banier rappresentava una finestra su un mondo bohémien, artistico e dissacrante che la sua educazione borghese le aveva precluso.   

Il rapporto tra la miliardaria e il fotografo è stato descritto dai testimoni come una forma di amore platonico ma totalizzante. Banier era l’unico capace di far ridere Liliane, di stimolarla intellettualmente e di adularla con una dedizione che superava quella di qualsiasi familiare. Tuttavia, questa vicinanza emotiva si è tradotta in una serie di elargizioni finanziarie di una portata senza precedenti nella storia francese. Tra il 1997 e il 2007, Liliane Bettencourt ha trasferito a Banier un patrimonio stimato tra i 917 milioni e l’1,3 miliardi di euro. Queste donazioni non erano semplici gesti di generosità, ma includevano asset strutturati come polizze assicurative sulla vita, assegni in contanti e una collezione di capolavori d’arte che comprendeva opere di Picasso, Matisse, Mondrian e Delaunay.   

L’aspetto più controverso e giuridicamente rilevante di queste donazioni risiede nel loro tempismo. Gran parte dei trasferimenti più massicci è avvenuta dopo il 2003, in coincidenza con ricoveri ospedalieri di Liliane e con i primi segni di declino cognitivo. Françoise Bettencourt Meyers ha sempre sostenuto che Banier avesse instaurato un “cordone sanitario” attorno alla madre, isolandola dalla famiglia e dai vecchi collaboratori per meglio manipolarne le volontà. Banier, dal canto suo, ha difeso le donazioni come doni spontanei di una donna libera e lucida, arrivando a dichiarare che rifiutare tali somme avrebbe offeso la sensibilità dell’ereditiera.   

Françoise Bettencourt Meyers e la tutela dell’impero

Françoise Bettencourt Meyers emerge in questa vicenda come l’antitesi della madre. Riservata, studiosa di testi biblici e pianista dilettante, Françoise ha sempre vissuto all’ombra della carismatica e mondana Liliane. Il conflitto tra le due donne, latente per decenni a causa di differenze caratteriali inconciliabili, esplode dopo la morte di André Bettencourt nel 2007. La scomparsa del patriarca rimosse l’ultimo argine alle ambizioni di Banier e alle preoccupazioni di Françoise.   

La goccia che fece traboccare il vaso fu la notizia, riportata da alcuni membri del personale domestico, che Banier stesse spingendo Liliane a intraprendere le pratiche per la sua adozione legale. Un’adozione avrebbe dato a Banier diritti ereditari diretti sulla quota di L’Oréal, minacciando non solo il patrimonio personale di Françoise, ma la stabilità stessa del controllo familiare sulla multinazionale. Nel dicembre 2007, Françoise presentò una denuncia formale per “abus de faiblesse”, segnando l’inizio di una battaglia legale che avrebbe esposto ogni segreto della “White House” di Neuilly-sur-Seine.   

La strategia legale di Françoise non si limitò all’attacco contro Banier; essa mirava a dimostrare l’incapacità mentale della madre per sottoporla a tutela. Questo percorso fu lungo e doloroso, segnato dal rifiuto categorico di Liliane di sottoporsi a perizie psichiatriche indipendenti, che lei percepiva come un attacco alla sua dignità e alla sua libertà di donna. La frattura divenne totale, con Liliane che arrivò a definire la figlia “pesante e lenta” e a minacciare di diseredarla per quanto possibile secondo la legge francese.   

Il ruolo del maggiordomo e i nastri della verità

Se l’affare Bettencourt è uscito dai confini di una disputa ereditaria privata, lo si deve a Pascal Bonnefoy, il maggiordomo che per ventun anni aveva servito la famiglia con discrezione assoluta. Tra il maggio 2009 e il maggio 2010, Bonnefoy, preoccupato per quello che considerava un saccheggio organizzato ai danni della sua datrice di lavoro, decise di nascondere un registratore digitale nel salotto della villa di Neuilly.   

Questi nastri catturarono conversazioni private tra Liliane e il suo gestore di patrimonio, Patrice de Maistre, rivelando una rete sotterranea di evasioni fiscali e influenze politiche. I contenuti erano esplosivi:   

  • L’esistenza di due conti bancari segreti in Svizzera contenenti circa 100 milioni di euro.   
  • La proprietà non dichiarata dell’isola d’Arros nelle Seychelles, acquistata tramite strutture offshore.   
  • Discussioni su come evitare le tasse francesi e come influenzare i procedimenti giudiziari in corso.   

La consegna di queste registrazioni agli inquirenti da parte di Françoise Bettencourt Meyers trasformò radicalmente il caso. Non si trattava più solo della vulnerabilità di un’anziana signora di fronte a un fotografo affascinante, ma della vulnerabilità dello Stato di fronte al potere del denaro. La successiva pubblicazione di stralci delle registrazioni da parte del sito d’inchiesta Mediapart e del settimanale Le Point scatenò un dibattito feroce sul diritto alla privacy rispetto al diritto all’informazione di interesse pubblico. Nonostante le condanne iniziali per violazione della vita privata, la giustizia francese riconobbe infine che i nastri costituivano prove ammissibili in un processo penale per reati finanziari e corruzione.

Il terremoto politico

Il filone più destabilizzante dell’affare riguardò il coinvolgimento di alte cariche dello Stato. Éric Woerth, all’epoca Ministro del Lavoro incaricato della riforma delle pensioni, si trovò al centro di un conflitto di interessi senza precedenti.

Sebbene Sarkozy sia stato infine prosciolto per insufficienza di prove, l’immagine di un presidente legato a doppio filo agli interessi della donna più ricca di Francia danneggiò gravemente la sua credibilità e contribuì alla sua sconfitta elettorale nel 2012. Éric Woerth, pur essendo stato assolto dalle accuse di corruzione nel 2015, fu costretto a dimettersi dal governo e divenne il simbolo di una gestione opaca del potere che l’opinione pubblica non era più disposta a tollerare.

Un dramma greco nel cuore del lusso

L’affare Bettencourt si conclude come una moderna tragedia greca, dove il denaro agisce sia come collante che come acido corrosivo per i legami familiari. La morte di Liliane Bettencourt nel 2017 ha messo fine all’esposizione mediatica di una donna che, nonostante la sua immensa ricchezza, ha vissuto i suoi ultimi anni prigioniera di un conflitto che lei stessa non era più in grado di comprendere appieno.

Nel film, la cronaca lascia spazio proprio alla dimensione del dramma umano: Klifa costruisce un racconto che attraverso i temi del potere, della fragilità, della lealtà e del tradimento, restituisce il ritratto di una donna sospesa tra solitudine e controllo, tra affetti autentici e interessi inconfessabili. L’elegante messa in scena, ambientata tra sontuose dimore private e uffici dove si decidono destini economici e politici, si accompagna a una regia che alterna intimità e tensione, scavando nelle dinamiche familiari e nei meccanismi dell’influenza.

Il dramma si gioca sul filo dell’incertezza e della frode, intorno a un manipolo di attori – tutti bravissimi e ottimamente diretti da Klifa – che rendono i personaggi tutti adorabili nelle loro debolezze e nelle loro vulnerabilità borghesi nonostante le illimitate possibilità dei loro conti in banca.

Ottima la coppia Hupper-Lafitte. Una menzione speciale merita anche Raphaël Personnaz nei panni del fedele maggiordomo Jérôme Bonjean. Però, bravissimi anche tutti gli altri.

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