Venere in pelliccia al Teatro della Quattordicesima

Al Teatro della Quattordicesima arriva “Venere in Pelliccia”. Martedì 17 marzo 2026, alle ore 20:30, il palcoscenico di Milano si trasforma nel teatro di una sfida psicologica senza esclusione di colpi, ispirata al celebre capolavoro di Leopold von Sacher-Masoch. Lo spettacolo, prodotto dalla compagnia Baroni Rampanti per la regia di Emanuela Bonetti, porta in scena un adattamento intenso e visionario curato da Martino Palmisano. Al centro della narrazione troviamo la magnetica interpretazione di Manila Barbati e dello stesso Martino Palmisano (di Renato Corpaci).

Manila Barbati e Martino Palmisano protagonisti di un duello verbale e psicologico che scava nelle dinamiche più profonde delle relazioni

Leopold Von Sacher Masoch è un pervertito che si abbandona alla contemplazione della propria aberrazione o è un osservatore scientifico intento a descrivere una condizione patologica? In altre parole, Venere in pelliccia è il risultato di un’operazione di onanismo letterario o è un’opera d’arte che si propone di descrivere una perversione?

«La bella signora di marmo tossì e si strinse ancor più nella pelliccia di zibellino scuro.»

«Venerazione – scriveva Marcel Proust (Recherche) – quel sentimento che tributiamo sempre a coloro i quali esercitano senza freni il potere di farci del male.». La perdita, l’assenza di noi nei pensieri altrui, come l’impronta di un corpo in un letto sfatto, dona dolorosamente materialità e sostanza all’Amore.

Il non-amore come sintesi artificiale dell’amore. Questo potremmo definire l’aberrazione che risponde al nome di “masochismo”, come emerge dal romanzo che ci accingiamo a sfogliare.

«La vita è sofferenza, il piacere una sua temporanea sospensione, che sempre condurrà a nuove torture. Non è dunque preferibile cercare il piacere nella sofferenza, come i fachiri dell’India, e così trionfare sulla vita e sulla morte?»

Un’opera controversa

Venere in pelliccia descrive l’ossessione di Severin von Kusiemski, un nobile galiziano che anela a essere schiavizzato da una donna. Severin trova il suo ideale di voluttuosa crudeltà nella spietata Wanda von Dunajew. Si tratta della descrizione appassionata e potente della lotta di un uomo che desidera chiarire a se stesso l’inclinazione delle proprie pulsioni e dei propri desideri. Pubblicato nel 1870, il romanzo ha procurato all’autore notorietà e una certa misura d’immortalità quando la parola “masochismo” è entrata dapprima a far parte del vocabolario psichiatrico e quindi anche del lessico comune. Il romanzo rappresenta una dichiarazione letteraria sul controllo e sulla volontaria dipendenza sessuale.

A questo proposito, si può affermare – ribadendo il concetto espresso da Gilles Deleuze in postfazione all’edizione ES del 2010 (traduzione di Giulio de Angeli ed Elisabetta Ferrari) – che di solito sono grandi luminari della medicina a dare il nome a terrificanti patologie cliniche (vedi “Morbo di Alzheimer” o “Sindrome di Asperger”). Nel nostro caso, fu Leopold Von Sacher Masoch, uno scrittore, a lasciare il proprio nome collegato a un’aberrazione che fa pendant con una perversione analoga, derivata anch’essa dal nome di un esimio letterato (Donatien Alphonse François, Marchese de Sade), un’aberrazione conosciuta ormai universalmente col nome di “Masochismo”.

Secondo la letteratura freudiana, il Masochismo si manifesta in alcuni soggetti esposti nell’infanzia all’influenza di donne (in primo luogo la madre) poco o per niente prodighe di affettuosità, al contrario, autoritarie e generose nell’elargire punizioni nell’anima e nel corpo. I soggetti che hanno vissuto simili esperienze, tendono ad associare l’amore con il castigo e l’umiliazione somministrati “per il loro bene”.

«Questo vissuto riemerge nell’innamoramento da adulti, e porta il masochista a interpretare le punizioni dell’altro come segnali tangibili del suo amore per lui che, nonostante il dolore e l’umiliazione, sono piacevoli in sé. Freud formula alcune osservazioni sulla coppia di contrari Masochismo-Sadismo che spesso sono state riprese dalla psicoanalisi, inoltre ne Il Problema economico del Masochismo (1924) parla di diversi tipi di masochismo tra cui quello morale, femmineo ed erogeneo. Altre nozioni tradizionali sono quelle di masochismo primario, dove il masochismo è ancora diretto verso se stessi e non verso l’oggetto esterno e il masochismo secondario dove ci dovrebbe essere uno spostamento verso l’oggetto esterno ma invece avviene un ripiegamento del sadismo verso la persona.» (Petrini, Renzi, Casadei, Mandese, Dizionario di psicoanalisi. Con elementi di psichiatria psicodinamica e psicologia dinamica).

Il progetto didascalico di Von Sacher Masoch era più vasto. Il retaggio di Caino doveva consistere in una serie di romanzi che affrontavano la storia della civilizzazione. Venere in pelliccia sviluppava il tema dell’amore.

Venere in Pelliccia

Entriamo nel vivo.

Mi trovavo in dolce compagnia

Di fronte a me, vicino al massiccio caminetto rinascimentale, sedeva Venere, proprio lei, la Dea dell’Amore in persona e non una qualsiasi donnetta che, come Mademoiselle Cleopatra, avesse preso quel nome per combattere il sesso nemico.

L’incipit di Venere in pelliccia imposta immediatamente il tono del racconto: ci troviamo ad assistere a un incontro galante. Il «massiccio caminetto rinascimentale», oltre a dare un tocco di “gotico” all’ambiente, descrive il livello di almeno uno dei due interlocutori, ma la “signora” è di quelle femmine in grado di tener testa a qualsiasi rivale.

L’incontro, poi, senza mezzi termini, è impostato a lasciare uno dei due avversari al tappeto. Perché di questo si tratta: di un combattimento tra due antagonisti, anche se il match si basa sul piano delle emozioni e dei sentimenti e tocca i binomi – ma qui forse sarebbe più corretto definirle “antinomie” – maschio-femmina, caldo-freddo, bianco-nero, Nord-Sud, latino-teutonico, cristianesimo-paganesimo e, soprattutto, fedeltà-promiscuità. Persino la morbidezza della pelliccia bruna, indossata sopra un corpo marmoreo, si confronta con una candida durezza.

«Le sue argomentazioni, mia gentilissima…» osservai disarmato.

«Si basano su un’esperienza millenaria» rispose madame in tono di scherno, mentre le sue bianche dita giocavano con la pelliccia scura «Più la donna mostra dedizione, più rapidamente l’uomo diventa freddo e dispotico; ma più sarà crudele e infedele, più lo tratterà male, giocando con lui malvagiamente e senza misericordia, più lo infiammerà e ne sarà amata, venerata. È sempre stato così, dai tempi di Elena e Dalila, sino a Caterina II e a Lola Montez».

Il lettore non arriva a pagine 5 per scoprire che tutto quello che ha letto fino a quel punto non è che un sogno dal quale il protagonista viene svegliato dal proprio attendente cosacco, un sonno nel quale è sprofondato con un libro di Hegel accanto.

È tempo di muoversi. Un amico, Severin von Kusiemski, nobile galiziano, sta aspettando una visita.

Di questo personaggio, che è il vero protagonista maschile di Venere in pelliccia, sappiamo quello che ci racconta il narratore: un pazzo spericolato che…

Una personalità complicata

Viveva secondo un minuzioso sistema tra il filosofico e il pratico, un misto di Ippocrate, Hufeland, Platone, Kant, Knigge e Lord Chesterfield, su cui si basava come se fosse non solo un orologio, ma anche un termometro, un barometro, un aerometro e un idrometro. Ma talvolta andava soggetto a violenti attacchi di passionalità durante i quali sembrava volere l’impossibile, e tutti preferivano evitarlo.

Una personalità complicata, insomma. Forse un pelo troppo pretenzioso per il gusto dispersivo e impaziente del lettore odierno, ma questo è quanto. Gentiluomo, tardo secolo XIX.

Il narratore riconosce in un quadro del suo ospite l’oggetto del suo recente sogno erotico e Severin confessa all’amico essere la donna il personaggio reale di una esperienza capitata a se stesso, un’esperienza che non esiteremmo a definire sado-maso, di cui egli tende all’amico fidato il resoconto riportato nel proprio diario.

«La vera musa comica è quella sotto la cui maschera ridente grondano le lacrime».

Questa citazione attribuita a Gogol, apre il racconto di Severin che parte dal proprio innamoramento per una statua di Venere, copia di una famosa scultura, presto sostituita con una donna in carne e ossa: la Principessa di Leopoli, una giovane donna di ventiquattr’anni, ricca e determinata: Wanda von Dunajew. Il pretesto dell’incontro tra i due è la restituzione di un libro: il Faust di Göethe, nel quale Severin ha lasciato, come segnalibro, un’immagine del quadro di Tiziano Vecelio raffigurante Venere in pelliccia – di nuovo lei – succintamente avvolta in una veste bordata d’ermellino. Sul retro della piccola stampa, l’uomo ha abbozzato una poesia e trascritto alcuni versi del Consigliere del Duca di Weimar.

La donna è inizialmente divertita ma incredula, davanti alla devozione e alle inclinazioni del suo corteggiatore, quindi progressivamente intrigata; infine, convinta a stare al gioco, al punto da stilare e a fargli firmare un contratto in cui lo spasimante s’impegna a servire la donna a bacchetta. Anzi, peggio: come uno schiavo.

Sarà una servitù densa di episodi di cocente umiliazione e perfino di molestie fisiche per l’uomo, il quale, nonostante i propositi di fuga, non smette di sentirsi sempre più vincolato dal contratto, ossessivamente innamorato e devoto alla propria aguzzina.

Giochi di bimbi

Le persone che non condividono tali abitudini sentimentali, troveranno il tutto sconcertante e indisponente per l’ingenuità di certe situazioni e per la banalità di certe battute. D’altra parte si tratta di perpetuare un meccanismo perverso, ma infantile, di dipendenza e di degradazione e gli adulti provano impazienza ad assistere mentre i loro simili si trastullano in giochi di bimbi.

Nella versione in cartellone al Teatro della Quattordicesima, la vicenda prende il via durante un colloquio di lavoro. Una donna si presenta davanti a un selezionatore uomo, in un contesto che sembra inizialmente ricalcare i classici squilibri di potere e i pregiudizi maschilisti del sistema professionale.

Tuttavia, ciò che appare come un ordinario sopruso si trasforma rapidamente in qualcosa di molto diverso.

L’epigrafe in frontespizio all’edizione ES del 2010 contiene un verso della Bibbia:

Dio lo ha punito e lo ha dato
in mano a una donna.
(Giuditta, XVI, 7)

Tuttavia, nella mia versione del Libro-per-antonomasia questo verso viene riportato così:

Il Signore onnipotente li ha rintuzzati
per mano di donna.
(Bibbia di Gerusalemme, Giuditta, XVI, 7).

Occorrerebbe sentire in proposito cosa sentenziano gli esegeti della Bibbia, ma risulterebbe sbalorditivo se un’opera così controversa e la perversione che prende il nome dal suo autore fossero scaturite da una cattiva traduzione e, in ultima analisi, da uno stupido equivoco.

Al Teatro della Quattordicesima arriva “Venere in Pelliccia”. Martedì 17 marzo 2026, alle ore 20:30, il palcoscenico di Milano si trasforma nel teatro di una sfida psicologica senza esclusione di colpi, ispirata al celebre capolavoro di Leopold von Sacher-Masoch. Lo spettacolo, prodotto dalla compagnia Baroni Rampanti per la regia di Emanuela Bonetti, porta in scena un adattamento intenso e visionario curato da Martino Palmisano. Al centro della narrazione troviamo la magnetica interpretazione di Manila Barbati e dello stesso Martino Palmisano

Teatro della Quattordicesima
La compagnia Baroni Rampanti presenta
Venere in Pelliccia
liberamente tratto da Leopold Von Sacher Masoch
adattamento a cura di Martino Palmisano
regia di Emanuela Bonetti
con Manila Barbati e Martino Palmisano

Per maggiori informazioni: Teatro della Quattordicesima

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