In viaggio con Steve McCurry

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A cura di Biba Giacchetti, Steve McCurry raggiunge gli appassionati di fotografia a Parma con una grande mostra allestita a Palazzo Pigorini, negli spazi del primo e secondo piano (di Cristina Risciglione e Renato Corpaci).

Steve McCurry, Lux Soap, Rangoon, Burma, 1994

Steve McCurry è una delle figure più influenti e riconoscibili della fotografia documentaria contemporanea, la cui carriera si estende su oltre quarant’anni di esplorazione globale. Nato a Philadelphia nel 1950, McCurry ha studiato cinema presso la Pennsylvania State University, dove ha sviluppato un interesse precoce per la documentazione delle storie umane e dei viaggi. Il percorso professionale che ne è seguito è caratterizzato da una rara capacità di trascendere i limiti del medium, stabilendo un nuovo standard che bilancia la forza narrativa del fotogiornalismo con una squisita sensibilità artistica.

Il suo impatto culturale e visivo è immenso, ma la sua eredità è definita dalla complessa interazione tra i suoi tre ruoli principali: Il Fotografo, un maestro di estetica e composizione; Il Viaggiatore, un osservatore instancabile guidato dall’etica nomade della serendipità; e Il Divulgatore, la cui opera ha raggiunto una diffusione globale senza precedenti, non senza sollevare dibattiti etici e critiche sulla rappresentazione.

Il Fenomeno McCurry e il Contesto Storico

Fin dalle sue prime pubblicazioni, McCurry si è posizionato in un dibattito storico che opponeva il rigore del bianco e nero all’immediatezza del colore. Tradizionalmente, alcuni critici ritengono che la fotografia in bianco e nero possieda “profondità e sostanza” intrinseca, che il colore non potrebbe mai eguagliare. McCurry ha attivamente confutato questa dottrina, stabilendo un linguaggio cromatico distintivo che è diventato la sua firma.

Il ritratto di Sharbat Gula, La Ragazza Afghana, catturato in un campo profughi nel 1984, pubblicata sulla copertina di National Geographic

L’adozione di un’estetica dominata dal colore, con una caratteristica bassa percentuale di contrasto che amplifica l’emozione, è stata un atto di ridefinizione ideologica della pratica documentaria.

McCurry ha dimostrato che una scelta estetica così audace non fosse puramente stilistica, ma servisse, in certi contesti, a rafforzare la carica emotiva, superando potenzialmente i limiti narrativi del bianco e nero. Creando un nuovo standard che privilegia l’impatto visivo e l’emozione immediata, McCurry ha involontariamente aperto la strada per la fotografia documentaria a un pubblico di massa, cruciale nel moderno ecosistema visivo dove il colore è essenziale per la comunicazione globale e la diffusione iconica.

Ha persino codificato il proprio metodo in un paradigma di 9 regole in cui rientra la maggior parte delle foto straordinarie che ha scattato, a partire dalla prima: l’abusata “regola dei terzi”.

Anatomia dello Stile Iconico

Lo stile di Steve McCurry è immediatamente riconoscibile e si basa su un’interazione sofisticata tra colore, luce e composizione, tutti orientati alla narrazione dell’esperienza umana.

Riguardo all’illuminazione, il fotografo evita la piena luce diurna, preferendo situazioni in cui la luce scarseggia, sfruttando le ombre e i sottili contrasti di colore prodotti da fonti artificiali come negozi, case e lampioni.

McCurry dichiara che la maggior parte dei suoi scatti sia “radicata nelle persone”. La sua ricerca è mirata a catturare “il momento non sorvegliato, l’anima essenziale che fa capolino, l’esperienza incisa sul volto di una persona”.

L’abilità di McCurry risiede nel non forzare la situazione, ma nel lasciare che essa si manifesti. L’immagine eccezionale non è trovata per caso, ma è coltivata, riconosciuta e afferrata al volo, prima che sfugga.

Il Ruolo di Magnum Photos e National Geographic

Divenuto membro dell’agenzia Magnum Photos nel 1986, è anche un collaboratore frequente della rivista National Geographic. Queste partnership gli hanno fornito la piattaforma e la legittimità necessarie per operare come figura di spicco nel fotogiornalismo globale, in particolare durante la sua copertura di conflitti armati come la Guerra Civile Afghana e la Guerra del Golfo.

Il viaggio non è per McCurry un semplice veicolo per l’assegnazione, ma è l’essenza stessa della sua professione. Fotografia e viaggio sono indissolubilmente legati.

La Produzione Editoriale e la Costruzione del Brand

McCurry ha pubblicato oltre una dozzina di monografie di grande successo, tra cui The Imperial Way (1985), Monsoon (1988), le molteplici edizioni di Portraits (1999, 2003, 2009, 2015) e progetti estesi come India (2015).

Una selezione degli scatti presentati al Castello Visconteo a Pavia nel 2018

Le retrospettive di McCurry, spesso intitolate Icons, godono di un successo internazionale, offrendo un “viaggio simbolico” attraverso i suoi quarant’anni di carriera. Queste mostre (come quella tenutesi a Pavia nel 2018 – Icons – o a Milano, al Mudec Photo, lo stesso anno – Animals – agiscono come potenti strumenti di divulgazione, portando il suo lavoro in contatto diretto con il grande pubblico.

Manipolazione, Etica e “sguardo alieno”

La fama universale di McCurry e l’elevata estetizzazione del suo lavoro hanno inevitabilmente generato un intenso scrutinio critico, specialmente riguardo all’etica del fotogiornalismo nell’era digitale.

Il 2016 ha segnato un momento critico nella percezione pubblica di McCurry, in seguito allo scoppio di uno scandalo legato alla manipolazione digitale. Il fotografo Paolo Viglione ha notato un evidente errore di post-produzione (https://www.paoloviglione.it/quando-steve-mccurry-etc-etc/) – un cosiddetto “Photoshop Disaster,” in cui un elemento era stato maldestramente clonato o spostato – su una stampa esposta alla Venaria Reale. Questo incidente ha rivelato l’uso esteso e, in alcuni casi, grossolano di fotoritocco all’interno dell’archivio di Steve McCurry (vedi anche «PetaPixel»).

La controversia ha messo in luce una dissonanza tra le aspettative di integrità di Magnum/National Geographic e le immense pressioni commerciali che spingono verso la creazione di immagini nell’era digitale “troppo perfette per essere vere”.

Qui sopra, una selezione degli scatti presentati al MUDEC PHOTO nel 2018, con il titolo Animals

L’Accusa di Esotismo e Inautenticità

Un altro fronte critico, di natura più concettuale, è stato sollevato da Teju Cole – lo scrittore, fotografo e storico dell’arte nigeriano-americano – che ha accusato McCurry di disonestà artistica e di impiegare un “outsider gaze” (sguardo alieno) problematico, in particolare nel suo lavoro sull’India. Cole ha definito il lavoro di McCurry “sorprendentemente noioso” per la sua rappresentazione stereotipata.

La critica fondamentale di Cole è che McCurry tenda a selezionare soggetti che evocano “un’India passata”, concentrandosi su elementi tradizionali o culture che stanno scomparendo (come ombrelli, telai, macchine per cucire) e ignorando deliberatamente la realtà complessa e contemporanea del Paese (come i computer portatili, le stampanti wireless o le scale mobili). Secondo Cole, McCurry offre una visione del mondo che è “antropologicamente cristallizzata” e che stabilisce una nozione di autenticità che esclude il presente.

«Today I would define my work as visual storytelling, because the pictures have been shot in many places, for many reasons, and in many situations. Much of my recent work has been shot for my own enjoyment in places I wanted to visit to satisfy my curiosity about the people and the culture.»
[Steve McCurry]

Eredità e Ridefinizione del Documentario Umanista

L’eredità duratura di McCurry non è confinata semplicemente alle straordinarie fotografie che ha prodotto, ma risiede nel dialogo critico che esse continuano a innescare. La sua carriera funge da catalizzatore per un esame cruciale dei limiti e delle responsabilità del fotografo nell’era digitale. Il suo lavoro ha forzato l’industria a confrontarsi con la linea sempre più sfumata tra l’arte, l’etica documentaria e le immense pressioni commerciali che accompagnano la produzione di immagini iconiche. Steve McCurry rimarrà un punto di riferimento non solo per la sua abilità visiva, ma come il caso studio definitivo sulla ridefinizione del documentario umanista in un mondo dominato dal colore e dalla post-produzione.

Biba Giachetti, titolare di Sudest57 Fine Art Photography, curatrice della mostra a Palazzo Pigorini

La critica suggerisce che, privilegiando il pittoresco, egli finisca per dare la precedenza al comfort visivo del consumatore occidentale piuttosto che alla complessa verità della realtà contemporanea dei soggetti.

Prodotta da ARTIKA, in collaborazione con Orion57 e il Comune di Parma, a curare l’esposizione è Biba Giacchetti, storica agente e profonda conoscitrice del lavoro di McCurry. Le fotografie della mostra di Palazzo Pigorini non seguono un criterio cronologico o geografico, ma sono accostate per affinità di soggetti, emozioni e atmosfere, cercando quei fili invisibili che legano persone e luoghi, anche lontanissimi tra loro.

Steve McCurry
In viaggio attraverso le fotografie di McCurry
a cura di Biba Giacchetti
Palazzo Pigorini, Parma
22 novembre 2025 – 12 aprile 2026

Per maggiori informazioni: Palazzo Pigorini

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