Mario Giacomelli – Il fotografo e il poeta.

•

Promossa da Comune di Milano – Cultura e prodotta da Palazzo Reale e Archivio Mario Giacomelli, in collaborazione con Rjma progetti culturali e Silvana Editoriale, a cura di Bartolomeo Pietromarchi e di Katiuscia Biondi Giacomelli, la mostra Mario Giacomelli – Il fotografo e il poeta si inserisce tra le iniziative promosse dall’Archivio Mario Giacomelli in occasione del centenario dalla nascita del fotografo marchigiano (di Cristina Risciglione e Renato Corpaci).

In questo video, una sintesi della presentazione con una panoramica della mostra.

Mario Giacomelli (1925–2000) si erge come uno dei fotografi italiani più celebri a livello internazionale. Autodidatta, il suo precedente mestiere di tipografo ha esercitato un’influenza profonda sul suo approccio alla fotografia, plasmando sia la sua tecnica che la sua visione concettuale.

La sua opera è profondamente radicata nella sua città natale, Senigallia, nelle Marche, dove ha trascorso l’intera esistenza.

Visione e Filosofia

Giacomelli concepiva la fotografia come uno strumento per “scoprire le cose, interpretarle e rivelarle. Di converso, le sue fotografie miravano a essere “scritture segrete,” non semplici immagini belle da comprendere, ma da interpretare.

La volontà del fotografo che le sue immagini fossero “interpretate” piuttosto che semplicemente “comprese” evoca il processo di decifrazione di una poesia complessa o dell’esegesi di una scrittura simbolica.

L’influenza del suo mestiere di tipografo si estende ben oltre la mera tecnica, permeando la sua stessa poetica. Il concetto di “scritture segrete” e “segni” risuona profondamente con la pratica tipografica.

Temi come la solitudine, la vita, la morte, la memoria, la vulnerabilità umana, la natura trasformativa della terra e il rischio irreversibile della disgregazione, sono ricorrenti nelle serie fotografiche di Mario Giacomelli.

Gli abitanti e i luoghi di Senigallia ricorrono come motivi frequenti nelle sue serie e il paesaggio, soprattutto quello marchigiano, diventa un “luogo di autoesplorazione” e una “mappa dell’anima”.

Mario Giacomelli traeva frequentemente ispirazione da testi poetici, unendo le arti visive e letterarie in un dialogo continuo tra immagini e parole.

Titoli di serie come Io non ho mani che mi accarezzino il volto (ispirato a padre David Maria Turoldo) riflettono direttamente questa influenza letteraria. La serie Ninna nanna è stata ispirata dalla poesia di Leonie Adams.

La corrispondenza con la poesia consente una comprensione e un’interpretazione più profonde delle sue immagini, non più destinate a essere guardate singolarmente, ma esaminate complessivamente come fonemi di un linguaggio narrativo.

Il suo processo fotografico è stato un “percorso ininterrotto di 50 anni,” un cammino esistenziale intrapreso in primis per sé stesso, in una dimensione indistinta tra vita e arte.

Maestria e Innovazione in Camera Oscura

Giacomelli non amava parlare di tecnica, sostenendo che tutto avvenisse “per caso”.

Il legame che viene evocato – tra gli altri – tra Mario Giacomelli e Alberto Burri, è suggerito dalla pratica del fotografo di spingere lo sviluppo della carta al limite, “prima che gli acidi possano cancellare del tutto l’immagine”.

Pellicole già sovraesposte venivano sottoposte a uno sviluppo forzato che esasperava ulteriormente il contrasto, il che rivela una sofisticata strategia artistica di caos controllato. La camera oscura non era solo uno spazio tecnico, ma un crogiolo dove i negativi grezzi venivano trasformati.

Nel 1955, Giacomelli acquistò una macchina fotografica Kobell di seconda mano con un obiettivo Voigtländer. Era attirato dai materiali “poveri” o “di scarto,” imperfetti ma più idonei a produrre quei risultati imprecisi e inaspettati che si confacevano alla sua ispirazione. Utilizzava negativi scaduti per conferire un senso di “vissuto” all’immagine.

L’uso deliberato della grana, del movimento e dell’alto contrasto come strumenti espressivi integrali è un marchio distintivo atto a incrementare il potere emotivo delle immagini.

L’aspetto “performativo” della sua pratica fotografica è cruciale, poiché l’atto creativo si estendeva ben oltre lo scatto iniziale. Il lavoro in camera oscura rappresentava una fondamentale “esigenza poetica di andare oltre lo scatto meccanico”.

Un Viaggio Attraverso l’Opera di Giacomelli

Le sue serie non erano sequenze definitive e univoche, ma “organismi soggetti a metamorfosi”. Ad esempio, la serie “Ninna nanna” (1985-87) ha utilizzato scatti risalenti al periodo 1955-83.

Giacomelli partiva da soggetti radicati nella realtà e nell’esperienza umana, ma la sua tecnica unica e la sua visione poetica li trasformavano in qualcosa di ben più profondo della mera documentazione.

A Palazzo Reale il percorso espositivo accompagna il visitatore attraverso un viaggio nella poetica visiva di Giacomelli, presentando alcune delle sue serie più iconiche ispirate alla poesia.

Si apre con una sala introduttiva che svela il suo approccio al linguaggio poetico, attraverso la serie Per poesie (‘60/’90), un vasto repertorio di immagini che diventa materia prima per le sue composizioni, e la serie Favola, verso possibili significati interiori (1983/84), in cui la fotografia si fa segno, simbolo e narrazione visiva.

Dalla serie Io non ho mani che mi accarezzino il volto

Il percorso prosegue con una sezione dedicata a L’Infinito di Giacomo Leopardi, dove l’omonima serie (1986/90) e il paesaggio di Presa di coscienza sulla natura (1976-80) restituiscono l’essenza più profonda della contemplazione leopardiana, trasformando luce e ombra in un canto visivo.

A seguire, una sala interamente dedicata alla serie Bando (1997/99) dalla poesia omonima di Sergio Corazzini, che suggella il legame tra fotografia e poesia con una forza espressiva unica.

Cuore pulsante della mostra è una sala dedicata alla straordinaria serie Io non ho mani che mi accarezzino il volto (1961/63), ispirata alla poesia di Padre David Maria Turoldo, il cui titolo diventa emblema visivo e concettuale di un’opera intensa e senza tempo. Le immagini dei giovani seminaristi, sospese tra innocenza e inquietudine, movimento e contemplazione, trasformano il quotidiano in una danza tra laico e spirituale.

Segue una sala che celebra il tema dell’amore, accostando la serie Passato (1986/90), ispirata ai versi di Vincenzo Cardarelli, a quella nata dalle suggestioni di Caroline Branson da Spoon River (1967/73), di Edgar Lee Masters. Qui, la fotografia di Giacomelli si fonde con la parola poetica, restituendo immagini cariche di malinconia e memoria, dove il tempo si cristallizza nell’eterno fluire dell’esistenza.

Da: Francesco Permunian, Felicità raggiunta si cammina

Viene poi celebrata la collaborazione con il poeta Francesco Permunian, in cui Giacomelli costruisce un contrappunto visivo alle poesie Ho la testa piena, mamma (1994/95) e Il teatro della neve (1984/86). In questo spazio, le immagini si fanno eco delle parole, in un dialogo serrato tra versi e fotografia, tra sogno e realtà, tra luci e ombre che si rincorrono. Il percorso espositivo si conclude con due opere della maturità, espressione di un’arte sempre più essenziale e profonda: Ninna nanna (1985/87), ispirata a Leonie Adams, e Felicità raggiunta, si cammina (1986/88), nata dai versi di Eugenio Montale. Qui, il linguaggio di Giacomelli raggiunge una sintesi suprema, trasformando la fotografia in pura emozione poetica, un ultimo, intenso sguardo sul mistero della vita.

E infine, l’omaggio che Giacomelli dedica alla Calabria di Franco Costabile con l’omonima serie Il Canto dei nuovi emigranti (1984-85) rappresenta ciò che sapeva di vissuto, di sofferto, e che, come per il poeta calabrese, racconta l’amore e il dolore della sua terra d’origine.

Conclusione

Mario Giacomelli, attraverso il suo percorso autodidatta, l’occhio del tipografo e il profondo legame personale con la terra marchigiana, ha forgiato un linguaggio fotografico singolare. La capacità di mutare le crude realtà della vita costituisce il nucleo del suo contributo artistico.

Dall’ospizio al mattatoio, dall’esistenza rurale all’introspezione personale, il fotografo trasforma in dichiarazioni poetiche universali, attraverso la sua distintiva estetica in bianco e nero ad alto contrasto e la sua profonda alchimia in camera oscura,

Il suo impegno nella fotografia come viaggio introspettivo e “scrittura segreta” dell’anima ha sfumato i confini tra arte e vita, rendendo ogni immagine un riflesso della sua interiorità e della sua continua esplorazione esistenziale. La sua opera non si limita a documentare, ma invita all’interpretazione, al dialogo e alla riflessione profonda sui temi universali che ha saputo cogliere con tale intensità.

L’eredità di Giacomelli è testimoniata non solo dalla sua acclamazione critica e dalla presenza delle sue opere nelle più prestigiose collezioni mondiali, ma anche dalla continua capacità di ispirare nuove generazioni di artisti e di trascendere i confini disciplinari. La sua lezione più importante risiede forse nell’autenticità della visione personale, che ha dimostrato come la potenza artistica possa emergere al di là della perfezione tecnica. Mario Giacomelli rimane una figura senza tempo, la cui capacità di trasformare l’ordinario in straordinario ha lasciato un’impronta indelebile nell’arte della fotografia del XX secolo, continuando a risuonare e a emozionare attraverso le generazioni.

Il volume monografico realizzato dall’Archivio Giacomelli e pubblicato da Silvana Editoriale


Il centenario della sua nascita (2025) è celebrato con significative retrospettive: Mario Giacomelli. Il fotografo e l’artista a Palazzo Esposizioni a Roma (maggio-agosto 2025) e Mario Giacomelli. Il fotografo e il poeta a Palazzo Reale a Milano (maggio-settembre 2025). Queste mostre offrono prospettive complementari sulla sua opera. La doppia esposizione, programmata per il suo centenario, non è solo un evento commemorativo, ma serve come un momento cruciale per rivalutare e riaffermare la complessa identità artistica di Giacomelli. Presentando una visione complessiva del suo lavoro – il dialogo con altre arti visive e il profondo legame con la poesia – le due mostre mirano a fornire una comprensione più olistica e sfumata del suo genio poliedrico, garantendo la sua continua rilevanza e il suo valore accademico per il secolo.

MARIO GIACOMELLI. IL FOTOGRAFO E IL POETA
a cura di Katiuscia Biondi Giacomelli, Bartolomeo Pietromarchi
22 maggio – 7 settembre 2025
Palazzo Reale Milano

Per maggiori informazioni: Palazzo Reale Milano

Pubblicati di recente

Restiamo in contatto

Maggio 2025
L M M G V S D
 1234
567891011
12131415161718
19202122232425
262728293031