Breathtaking è un’istallazione del fotografo Fabrizio Ferri, in mostra dal 2 al 27 aprile al Museo di Storia Naturale di Milano. Si tratta di dodici scatti in cui volti a noi noti per i film in cui hanno recitato compaiono tormentati da residui plastici che impediscono loro di respirare.

Il titolo gioca sull’ambiguità del termine “breathtaking”. In inglese, quando si dice “breathtaking”, si vuole significare qualcosa di fantastico, bello da togliere il fiato. Al contrario, letteralmente “breathtaking”, significa qualcosa di soffocante, che non ti lascia respirare, che ti uccide.
Le star che si sono prestate per questa serie di ritratti insoliti, i “talenti”, come Fabrizio li definisce, sono undici: Helena Christensen, Bridget Moynahan, Julianne Moore, Misti Copeland, Isabella Rosellini, Willem Defoe, Susan Sarandon, Gala Gonzales, Charlotte Gainsbourg, Carolyn Murphy e Naomi Watts. Dieci attrici e un solo attore maschio. Tutti gli altri uomini interpellati per questo progetto si sono sottratti all’invito, spesso con delle scuse stupide, il che deve farci pensare.
Susan Sarandon è apparsa in persona alla presentazione della mostra, accanto a Fabrizio Ferri e, dopo un breve contributo, si è generosamente concessa alle domande della platea di giornalisti e fotografi.



Le immagini compaiono proiettate in tondo in una stanza buia con al centro una una bara di vetro colma d’acqua di mare in cui compare un lungo chiodo di ferro rugginoso. Il tutto vuole puntare l’attenzione al problema dei rifiuti plastici che si stanno accumulando in enormi discariche nei pressi delle megalopoli del pianeta e stanno lentamente ma inesorabilmente ingolfando i mari.
Inoltre, cuffie stereofoniche (opera di Marina Abramović) invitano il visitatore ad ascoltare il silenzio delle profondità degli oceani, da cui si leva il richiamo degli esseri marini soffocati dai rifiuti plastici prodotti dalle nazioni della Terra.
L’inaugurazione della mostra è stata anche occasione, il giorno seguente, per la presentazione aperta al pubblico del libro autobiografico “Fin Qui” di Fabrizio Ferri, con la partecipazione ancora una volta di Susan Sarandon.




“Più che una sostanza, la plastica è l’idea stessa della sua infinita trasformazione”. Così scriveva Roland Barthes, alla fine degli anni Cinquanta, classificando la plastica tra i “miti” della società contemporanea: qualcosa di miracoloso, in effetti, sembra caratterizzarla, quasi avesse come un potere magico di riprodurre qualsiasi cosa. Il termine plastica deriva dal greco plassein, che significa modellare una sostanza morbida e si riferisce appunto alla capacità di questo materiale di essere plasmato in una forma specifica. Eppure, allo stupore per la sua versatilità, simbolo di comodità moderna e sviluppo economico, si è presto aggiunto anche il sospetto, persino la diffidenza, proprio a causa della sua artificialità, spesso associata a qualcosa di inautentico, addirittura pericoloso, soprattutto se consideriamo la sua stupefacente diffusione planetaria.
Proprio quest’ultimo aspetto oggi solleva alcune delle preoccupazioni etiche più scottanti, legate in particolare all’inquinamento: la plastica è ormai divenuta del tutto “naturale” nelle nostre vite, talmente se ne è diffuso l’utilizzo, ma è ormai evidente il danno ambientale e umano che sta provocando, mettendo seriamente a rischio la sostenibilità della vita sul pianeta.
Se i trend attuali proseguiranno, la produzione mondiale di plastiche salirà dai quasi 500 milioni di tonnellate attuali ad oltre 1,2 miliardi di tonnellate nel 2060. Nonostante la crescita del riciclo, il problema chiave dei rifiuti plastici rimane la ‘non gestione’ o la gestione impropria (combustione all’aria aperta, scarico in mare e nei fiumi, discarica non controllata): si tratta di 23 milioni di tonnellate dispese nell’ambiente. La grande importanza economica del settore plastiche continua ad essere una barriera per drastiche politiche di riduzione dei suoi impatti ambientali. Il costo della ‘non-azione’, vale a dire la tendenza di rifiuti senza interventi, tende a superare il costo delle politiche di intervento.
Alla fine degli anni ’80 alcuni scienziati scoprirono e comunicarono al mondo l’esistenza di isole di plastica grandi come intere nazioni. Oggi sappiamo che l’inquinamento da plastica è ubiquitario: si stima che il quantitativo di plastiche negli ambienti terrestri superi quello degli ambienti acquatici. Le plastiche sono ubiquitarie anche in cibi, alimenti e nei nostri corpi. Il problema principale delle plastiche è che purtroppo nell’ambiente non solo si degradano pochissimo, ma si disaggregano anche, originando frammenti sempre più piccoli sino alla formazione di microplastiche e nanoplastiche. Sono queste ultime a destare la maggiore preoccupazione, in quanto possono essere assorbite dalle piante, essere trasportate ovunque ed entrare nelle catene trofiche fino a raggiungere gli esseri umani.
La ricerca e la tecnologia stanno studiando ed in alcuni casi già fornendo soluzioni al problema. Da un lato sono in fase di sviluppo materiali plastici molto più resistenti ai processi di disaggregazione e quindi riutilizzabili virtualmente all’infinito in prodotto durevoli che non generino microplastiche; dall’altro per i materiali mono-uso si stanno studiando bioplastiche sempre più facilmente biodegradabili che non generino problemi di accumulo di microplastiche o di tossicità.




Anche le scelte individuali – come ridurre il consumo di plastica monouso, riciclare correttamente o sostenere politiche ambientali – sono parte di un cambiamento più ampio che abbiamo la responsabilità di decidere assieme. Un ruolo fondamentale è quello della sensibilizzazione, dell’educazione e della condivisione delle informazioni per aumentare la consapevolezza pubblica sull’inquinamento da plastica, incoraggiando la partecipazione di tutti gli stakeholder, cittadini, imprese e organizzazioni, per contribuire alla riduzione dell’inquinamento.
Per maggiori informazioni: Museo di Storia Naturale







