Lo ksar di Aït Benhaddou in Marocco

Aït Benhaddou è uno storico ighrem o ksar (villaggio fortificato) lungo l’antica via carovaniera che collega il Sudan e Marrakesh, in Marocco, attraverso il deserto del Sahara (di Cristina Risciglione e Renato Corpaci).

Lo ksar si trova sulle pendici di una collina vicino al fiume Ounila, all’interno di una cinta muraria difensiva

Ksar, qsar (arabo maghrebino: قصر qṣer o ڭصر gser) o ighrem (berbero) è un tipo di villaggio fortificato del Nord Africa, presente nelle regioni abitate prevalentemente o tradizionalmente dai berberi.

L’origine del termine arabo maghrebino qsar è qaṣar (قَصَر) in arabo standard, che significa “castello” o “palazzo”, probabilmente prestato dal latino castrum.

Aït Benhaddou: Storia

Il sito è stato fortificato fin dall’XI secolo durante il periodo Almoravide. Si ritiene che nessuno degli edifici attuali risalga a prima del XVII secolo, ma probabilmente furono costruiti con gli stessi metodi e progetti di costruzione utilizzati secoli prima. L’importanza strategica del sito era dovuta alla sua posizione nella valle di Ounila, lungo una delle principali rotte commerciali transahariane.

Uno dei 9 siti del Marocco che l’Unesco ha dichiarato Patrimonio dell’Umanità, lo ksar di Aït Benhaddou è stato restaurato in modo significativo in tempi moderni, grazie in parte al suo utilizzo come location per le riprese di Hollywood.

Situato nella provincia di Ouarzazate – soprannominata la porta del deserto, capoluogo della provincia omonima nella regione di Drâa-Tafilalet – questo luogo unico compare spesso nei film ambientati in Marocco. L’area di Ouarzazate è infatti una nota location cinematografica, con i più grandi studi cinematografici del Marocco che invitano molte aziende internazionali, a cominciare dagli Studios di Hollywood, a lavorare qui.

Danneggiato dal terremoto del settembre 2023 che ha colpito il sud del Marocco, la maggior parte degli abitanti locali ora vive in abitazioni moderne nel villaggio sull’altra sponda del fiume e si guadagna da vivere grazie all’agricoltura e soprattutto al turismo, di cui Aït Benhaddou è una potente attrattiva.

Lo ksar si trova sulle pendici di una collina vicino al fiume Ounila (Asif Ounila), all’interno di una cinta muraria difensiva che comprende torri angolari e una porta. Vi si accede dopo aver guadato il fiume – praticamente un rigagnolo – e aver attraversato la porta. È anche possibile raggiungerlo percorrendo il bruttissimo ponte pedonale che dalla zona nuova porta allo ksar. In cima alla collina che domina Aït Benhaddou, si trovano i resti di un grande granaio fortificato (agadir).

Adobe

Lo Ksar è un concetto abitativo tribale, tradizionale del Marocco pre-sahariano. Aït Benhaddou è composto da un gruppo di edifici costruiti nel 1600 con materiali organici. Lo Ksar ha preservato la sua autenticità architettonica per quanto riguarda la configurazione e i materiali. Le strutture dello ksar sono infatti realizzate interamente in adobe, uno dei primi materiali da costruzione, utilizzato in tutto il mondo a partire dal 5.000 a.C.. La parola “adobe” deriva dallo spagnolo e significa mattone di fango.

L’adobe è un materiale altamente pratico ed economico ma richiede una manutenzione costante. È fatto di terra e fango compressi, solitamente mescolati con altri materiali, come erba secca o truccioli di legno, per favorire l’adesione. Un materiale altamente pratico ed economico, che richiede una manutenzione costante, relativamente permeabile e facilmente deperibile a causa della continua esposizione agli agenti atmosferici.

Non è insolito incontrare kasbah o ksar di questo tipo che hanno iniziato a sgretolarsi e, letteralmente, a sciogliersi pochi decenni dopo essere stati abbandonati.

Ad Ait Benhaddou, le strutture più alte sono state realizzate in adobe fino al primo piano, mentre i piani superiori sono stati realizzati in mattoni più leggeri in modo da ridurre il carico dei muri.

La Kasbah è composta da sei fortezze distinte collegate da stradine tortuose e percorsi coperti. La struttura è composta da una serie di edifici interconnessi, molti dei quali sono decorati con intricati intagli ed elementi decorativi tradizionali berberi e marocchini, tramandati di generazione in generazione.

Chergui

Siamo stati risparmiati dallo chergui (sharqī in arabo) fino a qui, quando ci ha sorpreso, innescato dal rafforzamento degli alisei di nordest, con l’intervento determinante dell’interazione del vento con le montagne dell’Atlante. La parola significa “soffia da est” e intende il vento che spazza orizzontalmente, transnazionalmente il deserto del Sahara.

Avanzando lungo i percorsi tortuosi che si snodano tra i labirintici vicoli di Aït Benhaddou, il vento chergui inizia a soffiare discretamente, presentandosi a un tratto, girato l’angolo, a schiaffeggiarci con la carezza abrasiva della finissima polvere che trasporta, o interferendo con il nostro caparbio tentativo di salire gli stretti scalini che portano da un livello a un livello superiore dello ksar.

Sulla sommità della collina svetta un grande granaio fortificato chiamato agadir, un tipo di edificio che in Marocco si trova comunemente nelle regioni dell’Alto Atlante, delle montagne dell’Anti-Atlante e della Valle del Draa. Alcune di queste costruzioni risalgono al X secolo.

Mentre ci inerpichiamo verso la struttura che domina lo ksar, il vento cerca di respingerci, insinuando minuscoli grani di polvere dorata oltre la barriera degli occhiali da sole, sotto le palpebre inutilmente serrate. Anche quando, in un momento di insofferenza, gli voltiamo le spalle, contando sulla protezione del cappuccio della giacca a vento, ci sorprende, infiltrando la sabbia all’interno dell’abbigliamento che indossiamo.

Tuttavia, da quassù, la vista della piana battuta dal vento e dalle nuove costruzioni di Aït Benhaddou, sull’altra sponda del fiume Ounila (Asif Ounila), spazzate dalla polvere che viene dal deserto, ci ripaga del momentaneo disagio e si imprime indelebilmente nella memoria di questo luogo indimenticabile.

Per maggiori informazioni: Turismo Marocco

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