San Benedetto in Val Perlana

A 817 metri di quota, nel territorio di Ossuccio, comune di Tremezzina, l’Abbazia di San Benedetto in Val Perlana è un pregevole esempio di architettura romanica arrivata a noi intatta dal XI secolo.

L’ascensione a 817 metri di quota all’Abbazia di San Benedetto in Val Perlana è un salto indietro nel tempo, un’esperienza che riporta magicamente al XI secolo in un luogo baciato dalla sorte, dove albergarono devozione, tranquillità e beatitudine.

Una sensazione simile a quella che si prova anche visitando l’abbazia costruita in mezzo ai boschi del Monte Cornizzolo: l’Abbazia di San Pietro al Monte.

D’Estate, l’itinerario sul lato destro della Val Perlana procede protetto in parte dai raggi solari grazie ai noccioli e ai castagni che affiancano l’acciottolato sui due lati del cammino, senza soluzione di continuità.

Nella stagione invernale, l’ascesa a San Benedetto è subordinata al meteo e alle condizioni dei percorsi.

A partire dall’abbazia dell’Acqua Fredda, che fornisce la possibilità di parcheggiare l’auto, sul limitare dell’abitato di Lenno (329 m/slm, la variante più “facile”), l’antica via di San Benedetto s’inerpica in una ripida salita, diventando presto una mulattiera percorribile solo a piedi, o con mezzi adatti ai percorsi fuoristrada.

La strada supera diversi corsi d’acqua di cui la Val Perlana è particolarmente prodiga. Alcuni di questi a seconda della stagione, possono presentarsi parzialmente ghiacciati, adorni dei riflessi di innumerevoli ghiaccioli pendenti.

La chiesa è sbarrata, ma, come a dare ugualmente il benvenuto al visitatore, dalla parte dei tre absidi, una lastra orizzontale e alcune panche di pietra invitano a sostare e a rifocillarsi dopo la salita.

I tre spioventi del tetto, nel più classico stile romanico, denunciano le sottostanti navate. Da uno dei tre absidi, quello a destra del più grande abside centrale, si eleva la possente torre campanaria. Collegato allo stesso campanile, l’edificio, oggi fortemente danneggiato, che un tempo albergò i monaci che vi abitavano.

La struttura è di una sobrietà disarmante, alleggerita negli absidi da una serie di archetti ciechi, sostenuti alternativamente da semicolonne. Questi archetti tentano di riprodursi nel frontale, sotto gli spioventi centrali e al di sotto di una semplicissima decorazione orizzontale che attraversa la facciata.

Il portale è sormontato da un arco a tutto sesto. Sopra di esso, è visibile una grande apertura rotonda, originariamente un rosone, poi chiusa forse per esigenze strutturali o di riscaldamento.

Il campanile è massiccio ma non tozzo. Anzi, ben proporzionato, alleggerito da alcune aperture verticali e da finestre ad arco, sotto la copertura del tetto, all’altezza delle campane.

L’interno prende luce dalle aperture allineate sui fianchi delle navate laterali e, in alto, da quelle della navata centrale, specialmente da Sud e negli absidi, da Est-sud-est.

Tutto intorno è silenzio, tra i larici e gli abeti. Le terrazze che una volta coltivate dai frati fornivano cibo alla comunità monacale, hanno progressivamente ceduto terreno alla vegetazione alpestre.

Il ritorno può avvenire a scelta dal fianco sinistro della valle, verso il Santuario della Beata Vergine del Soccorso, trasformando l’escursione in un percorso ad anello, ma la discesa da questo lato è più stretta e, a tratti, più ripida.

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