Franca Ghitti, Altri Alfabeti, Gallerie d’Italia

A cura di Cecilia De Carli, presso le Gallerie d’Italia, dal 15 gennaio al 17 febbraio 2019, una personale dedicata a Franca Ghitti, dal titolo “Altri Alfabeti. Sculture, installazioni e opere su carta”.

Nata a a Erbanno in Val Camonica (Brescia) nel 1932. Franca Ghitti si forma presso l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, frequenta a Parigi l’Académie de la Grand Chaumière e a Salisburgo il corso di incisione diretto da Oskar Kokoschka. Fra il 1969 e il 1971, è in Kenya, mentre, per incarico del Ministero degli Esteri, realizza vetrate per la chiesa degli italiani a Nairobi.

L’origine geografica dell’artista, che la mette in contatto con un passato risalente agli albori dell’umanità, fa ‘si che l’esperienza africana trovi un terreno fertile su cui depositarsi e germogliare, per dar vita a un codice formale che affonda le radici nelle profondità di una cultura ancestrale.

Raccolte sotto l’emblematico titolo “Altri Alfabeti”, con cui l’artista ha voluto indicare un nuovo ciclo di opere, pagine di carte e chiodi, realizzato nell’ultimo periodo della sua vita e diventato poi rappresentativo dell’intera sua produzione, alle Gallerie d’Italia è possibile percorrere una succinta selezione di creazioni della Ghitti anche di diverso periodo, dagli anni Sessanta ai Duemila.

«Con Altri Alfabeti – ha scritto la Ghitti – mi riferisco a quell’inventario di segni, tacche, nodi, coppelle che ho voluto portare nella mia scultura, consapevole che essi rappresentano una sorta di lingua specifica quasi alternativa all’alfabeto usata da segantini, fabbri, carpentieri, fucinieri, mugnai, pastori e contadini. Lingua perciò atta a delimitare una civiltà non metropolitana, marginale e insieme a indicare una fascia di corrispondenze intercontinentali».

Ceramica, legno, cartone, corda, chiodi, sfridi e scarti della bottega del fabbro, e poi sabbia, terriccio misto a ghiaia, concorrono a delineare delle forme eleganti, basate su colori écru e toni della terra che sintetizzano una cultura agricola, pastorale e artigiana e delineano un collegamento tra quelle tracce lasciate sui sassi in Val Camonica dagli uomini del Neolitico, con la cosiddetta “Arte Primitiva” delle tribù africane.

«È evidente – scrive la curatrice Cecilia De Carli – che Ghitti parla attraverso gli oggetti per arrivare alle persone, all’esperienza di una comunità, le Vicinie, persone legate da vincoli di solidarietà reciproca e quindi a intravvedere un luogo di appartenenza di cui ha fatto parte.»

Il suo percorso artistico è accompagnato da numerose pubblicazioni, per le quali si ricordano le case editrici Scheiwiller, Lucini editore, Electa, Charta ed Edizioni Mazzotta.

Hanno scritto di lei critici e giornalisti di rilievo quali: Giuseppe Appella, Giulio Carlo Argan, Carlo Bertelli, Paolo Biscottini, Rossana Bossaglia, Claudio Cerritelli, Enrico Crispolti, Cecilia De Carli, Raffaele De Grada, Marina De Stasio, Sebastiano Grasso, Flaminio Gualdoni, Fausto Lorenzi, Marco Meneguzzo, Anty Pansera, Pietro Petraroia, Elena Pontiggia, Gianfranco Ravasi, Roberto Sanesi, Vanni Scheiwiller, Francesco Tedeschi.

In seguito alla scomparsa dell’artista, nel 2013 è nata la Fondazione Archivio Franca Ghitti volta alla conservazione, catalogazione e valorizzazione del lavoro della scultrice, di cui Presidente è Maria Luisa Ardizzone, professore di Letteratura Italiana all’americana New York University.

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