Giorno per giorno la Mostra del Cinema di Venezia

Un resoconto parziale e poco esaustivo di quattordici giorni passati a Venezia, in occasione dell’annuale svolgimento della Mostra del Cinema al Lido, tra proiezioni, red carpet, conferenze stampa, aperitivi e inaugurazioni di mostre.

Siamo arrivati al Lido di Venezia il 28 settembre, con l’idea di seguire la Mostra del Cinema, ma – data la messe di eventi che hanno luogo ogni giorno nella città lagunare – con l’intenzione ulteriore di non sprofondare permanentemente in poltrona, ma occuparci anche d’altro.

Il Festival è stato comunque il filo conduttore per il periodo che ci ha visto occupare l’appartamento in via Doge Domenico Michiel, una casa posta a metà strada (circa) tra l’imbarcadero dei traghetti per San Marco (e praticamente ogni altra destinazione lagunare) e il Palazzo del Cinema. Il contapassi del cellulare ha totalizzato ogni giorno circa 18.000 passi.

L’accredito che ci hanno rilasciato ha permesso di accedere praticamente a tutti gli spettacoli in programma, tranne quelli a inviti (cerimonia di apertura e di chiusura, che però abbiamo seguito comodamente in streaming sul cellulare) e quelli riservati al publico. Personalmente mi sono perso per esaurimento posti unicamente il primo film in programma (The First Man, di Damien Chazelle), ma abbiamo avuto la fortuna di azzeccare cinque film, su diciotto premiati (più i tre premi alla categoria VR-Realtà Virtuale, che però non abbiamo seguito).

Il primo film che abbiamo visto è stato perciò Sulla mia pelle, di Alessio Cremonini, sugli ultimi sette giorni di vita di Stefano Cucchi, impersonato da un incredile Alessandro Borghi, con Milvia Marigliano e Max Tortora nella parte dei genitori, e Jasmine Trinca nella parte di Ilaria.

È chiaramente una storiaccia che ti fa torcere le budella. Un film “impegnato”, come si diceva un tempo, che tutti dovrebbero vedere, perché mette in luce un fenomeno ignorato dalla maggior parte dei cittadini: quando Stefano Cucchi muore nelle prime ore del 22 ottobre 2009, è il decesso in carcere numero 148. Al 31 dicembre dello stesso anno, la cifra raggiungerà l’incredibile quota di 176. Quanto alla responsabilità dei Carabinieri nella morte del personaggio, il film non si pronuncia. Di certo esiste una responsabilità di sistema se nei sette giorni che vanno dall’arresto alla morte, Stefano Cucchi viene a contatto con 140 persone fra carabinieri, giudici, agenti di polizia penitenziaria, medici, infermieri e quasi tutti trascurano di notare le vistose echimosi e le condizioni fisiche del soggetto ed evitano di domandarsi cosa o chi possa averle causate.

Nel pomeriggio, abbiamo visitato all’Hotel des Bains Il Cinema in Mostra: foto, documentari e video provenienti dall’archivio storico della Biennale per raccontare le 75 edizioni della Mostra Internazionale d’Arte cinematografica di Venezia, dal 1932 a oggi.

Il 30 agosto, ci siamo presi un giorno di vera vacanza e siamo andati a visitare l’adiacente isola di Pellestrina, compreso mezz’ora di spiaggia, l’unica mezz’ora di sole della nostra permanenza al Lido. Sulla via del ritorno, però, abbiamo fatto una puntata alla Mostra del Cinema.

Borgo San Pietro, sull’isola di Pellestrina

Il secondo giorno di Festival, è stato caratterizzato dalla proiezione dei film che hanno ricevuto i due maggiori riconoscimenti.

ROMA, non la capitale italiana, ma un quartiere benestante di Città del Messico, è teatro di un vivido ricordo d’infanzia dello stesso regista Alfonso Cuarón. Le circostanze trattate sono concomitanti ai disordini politici degli anni ’70, culminanti nel massacro del Corpus Cristi, quando un gruppo paramilitare conosciuto con il nome de “i falchi”, uccise a sangue freddo 120 persone tra i manifestanti riuniti per una manifestazione studentesca pacifica.

La lettera che il regista idealmente scrive alla tata di un tempo, rievoca un periodo difficile della propria infanzia, quando il padre lascia la famiglia e la madre, nonostante l’angoscia, lotta perché le cose continuino ad andare come sempre. La famiglia trova un solido sostegno nella “tata” Cloe (vera protagonista del film), la quale, ingravidata e abbandonata da un personaggio discutibile, vive a sua volta un periodo drammatico.
Ricostruzione fedele di luoghi e situazioni che non ci sono più, il film va dritto al cuore dello spettatore.

La polemica suscitata dalla stampa, circa il supposto conflitto d’interesse in cui si sarebbe trovato il presidente della giuria Guillermo del Toro (messicano al pari di Cuarón) è stata accantonata quando il pubblico e la critica hanno dimostrato in massa di aver gradito il film e i giurati hanno votato all’unanimità per l’attribuzione del Leone d’Oro.
Una seconda polemica ha riguardato la produzione Netflix, un’organizzazione che distribuisce film via Internet. Sembrerebbe uno schiaffo ai titolari di cinematografi, premiare un soggetto che di fatto compromette il business delle sale e, infatti, Cannes ha sbarrato la strada alle produzioni Netflix. Al contrario, Venezia guarda avanti, non solo per quanto riguarda i nuovi modi di fruire il cinema, ma anche lanciando uno sguardo alla Realtà Virtuale, che si è guadagnata uno spazio tutto suo.
Comunque, ROMA è splendido (e non è il solo film presentato da questa casa di produzione: oltre a ROMA, citiamo Sulla mia pelle – di cui si è già parlato – The Ballad of Buster Scuggs dei fratelli Cohen; 22 July, di Paul Greengrass; The Other Side of the Wind, ultimo film del compianto Orson Welles; They’ll Love Me When I’m Dead, il documentario di Morgan Neville, su Welles e il suo ultimo film). Nessuno con un po’ di sale in zucca si sognerebbe di contestare l’attribuzione del Premio.

The Favourite (Leone d’Argento Gran Premio della Giuria e Coppa Volpi alla migliore attrice, Olivia Colman) per quanto non estraneo a una certa bizzarria, è forse il film meno strano di Yorgos Lanthimos (autore di The Lobster, per intenderci).

Una storia tutta al femminile – oltre alla Colman, vi recitano Emma Stone e Rachel Weisz – nell’inghilterra dell’ultima regina della dinastia Stuart (XVII-XVIII secolo), regno dell’inganno, dell’arrivismo sociale e della cospirazione politica. È una storia sordida ma divertente e perfettamente ricostruita, di tre donne che non esitano di fronte a nulla per guadagnarsi e mantenere relazioni, privilegi e potere.

31 agosto. Di prima mattina, ci siamo recati al Museo Correr per la conferenza stampa di presentazione della mostra Printing R-Evolution 1450-1500. Poi, di corsa al Lido.

 

Alle ricostruzioni storiche e al cinema militante appartiene anche Peterloo, di Mike Leight, il racconto epico di come un trombettiere scozzese scampato a Waterloo, venga ucciso dai cavalleggeri del suo stesso reggimento, al culmine della tensione che ha riguardato i famigerati eventi del 1819.

Questi disordini, sono passati alla Storia come il massacro di Peterloo quando una dimostrazione pacifica per una maggiore democrazia in una piazza di Manchester, è sfociata in uno dei più nefandi e sanguinosi episodi della storia britannica.

Il 31 agosto è stato anche il giorno dei fratelli Cohen (The Ballad of Buster Scuggs, Premio per la miglior sceneggiatura) che ci siamo persi. Eravamo a Palazzo Ducale per la conferenza stampa sulla mostra del proto-libro),è stato anche il giorno di Peterloo, a cui si è accennato, e di Acquarela, di Viktor Kossakovsky, un documentario sull’acqua, emblematico elemento del cambiamento climatico. Belle immagini, una colonna sonora spesso sgradevole.

Il giorno seguente, ci siamo avventurati sulle strade del crimine e del paranormale.

Fréres Ennemis, di David Oelhoffen, è la storia di due cittadini della banlieue parigina, teatro dello spaccio. Driss e Manuel, amici fraterni durante l’infanzia, si trovano nella vita a incontrarsi su fronti opposti.

Quando Manuel scampa a un agguato in cui muore il suo miglior amico, spacciatore e poliziotto si trovano a inseguire, ciascuno a modo suo, un nemico comune che affonda le radici nei territori della loro fanciullezza.
Non un capolavoro ma bello, avvincente ben recitato e ben diretto e, in qualche modo, sentimentale.

Suspiria, di Luca Guadagnino, con Tilda Swinton e Dakota Johnson, è il remake dell’omonima opera di Dario Argento, il cui set è ambientato nella Berlino del 1970. 

Uno psicanalista (Lutz Ebersdorf) indaga sulla sparizione di una paziente (Paticia, impersonata da Chloë Grace Moretz), ballerina in una compagnia rinomata a livello internazionale, della quale si è fortunosamente impossessato dei diari. La sua strada incrocia quella di Susie (Dakota Johnson), dotata ballerina americana originaria di una famiglia di religione Mennonita, giunta a Berlino dall’Ohio per entrare nella stessa compagnia di danza, diretta dalla famosa Helena Markos (Tilda Swinton).
Nel mistero più completo, lo spettatore scoprirà, insieme ai protagonisti della storia, che un mostro alberga nei sotterranei dello stabile: un essere disgustoso che si nutre di carne umana.
Non il mio genere di film, ma devo ammettere che è fatto straordinariamente bene. Per chi l’apprezza, la danza è godibile e la musica di Thom York (chitarra solista dei Radiohead) aggiunge piacere allo spettacolo. Vale la pena di essere visto, non fosse altro che per alcune battute che creano un delizioso corto circuito logico. Una su tutte: «“Delusion” is when a lie tells the truth» (“Delirio” è quando una bugia dice la verità), sentenzia lo psicanalista in un momento clue della vicenda.

Passaggio del Bucintoro di fronte al palco delle autorità, a San Tomà

Il due settembre era il giorno della regata storica di Venezia e lo abbiamo passato quasi interamente sul Canal Grande a seguire questo avvenimento.

Tornati a sera al Lido, ci siamo infilati in sala Darsena, la nostra preferita, a vedere Napszállta (Tramonto), di Laszló Nemes.

Il film si propone di mostrare una Budapest alla vigilia della I Guerra mondiale. Il titolo, fa riferimento alla decadenza dell’Impero Asburgico e il set è una bella ricostruzione d’epoca della capitale austro-ungarica, velata di mistero e ricca dei presagi di un’imminente catastrofe.
L’odissea tutta al femminile (ancora) di una giovane donna (l’incantevole Juli Jakab) che ritorna nella città in cui il suo nome è sinonimo d’eleganza e, al contempo, di terrore, per apprendere, di conseguenza, di avere un fratello di cui ignorava l’esistenza e scoprire che questi è un temuto assassino.

Un canale a Burano

Lunedì siamo andati a Burano, la coloratissima isola lagunare, lontano dai clamori del Festival, per tornarvi a sera per la visione del film Acusada, dell’argentino Gonzalo Tobal.

Il caso giudiziario riguardante una giovane donna accusata di ave ucciso la miglior amica. Il film descrive la tensione di un personaggio al centro della cronaca, delle dispute tra innocentisti e colpevolisti, degli sforzi dei genitori che hanno venduto la casa in campagna, che hanno ipotecato quella in cui vivono per pagare gli avvocati e sottrarre la figlia al lungo periodo in carcere.
Forse perché è ancora vivo il ricordo dei lunghi iter processuali relativi all’omicidio di Garlasco e all’analogo caso riguardante la morte di Meredith Kercher, questo film non mi ha annoiato ma nemmeno ha suscitato il mio entusiasmo.

Un’installazione al Padiglione Italia della Biennale Architettura ai Giardini

La mattina del 4, nessun film ha incontrato il nostro interesse. Lo abbiamo dedicato quindi ai Giardini, in visita alla 16. Biennale Architettura.

Alla sera, ci siamo infilati nella Sala Perla del Palazzo del Casinò, a vedere Nuestro Tiempo, di Carlos Reygadas. Una strana storia che riguarda una famiglia d’intellettuali con la passione dell’allevamento del bestiame. Tutto si svolge all’interno di un ranch: recinti, cavalli, tori…

In un ambiente così “macho”, è strano assistere agli avvitamenti di una coppia “aperta” che, un po’ masochisticamente, cerca di convivere con la promiscuità. Un po’ faticoso. A volte si prova un certo imbarazzo ad assistere a certi comportamenti di lui, ma belle immagini in B&N. Finale scontato: e alla fine, la coppia… scoppia.

Il giorno seguente, dopo aver assistito alla conferenza stampa di presentazione della mostra Willy Ronis – Fotografie 1934-1998 alla Casa dei Tre Oci e aver effettuato un’avventurosa sortita sul campanile di San Giorgio Maggiore, siamo tornati al Lido in tempo per vedere The Nightingale.

Matthieu Rivallin, Département de la photographie de la Médiathèque de l’architecture et du patrimoine, curator Willy Ronis – Fotografie 1934-1998. Venezia, Tre Oci, fino al 6 gennaio 2019.

Diretto da una donna – Jennifer Kent, Premio Speciale della Giuria – il film che si volge in Tasmania nel 1825 – violentissimo – descrive dal punto di vista femminile le incontinenze e gli abusi perpetrati dai colonizzatori britannici nei confronti di galeotti e di autoctoni.

Aisling Franciosi, The Nightingale

Una donna della colonia penale – Aisling Franciosi – in seguito al trasferimento della guarnigione, insegue nella giungla australiana, con l’intenzione di vendicarsi, il tenente – Sam Claflin– che ha ripetutamente abusato di lei, le ha ucciso il marito e il figlio in fasce. Per farlo, nonostante la diffidenza, è costretta ad affidarsi a una guida aborigena (Baykali Ganambarr, Premio Marcello Mastroianni per il miglior attore emergente), in grado di penetrare nella foresta e di sopravvivervi.

Durante il viaggio, con la conoscenza, i pregiudizi di entrambi si stemperano e faticosamente si stabilisce un regime di fiducia e di stima reciproca, fino alla catarsi finale. Violento ma bello.

Il sei settembre siamo andati a Palazzo Ducale per la conferenza stampa di presentazione della bellissima mostra Tintoretto 1519-2019.

Tintoretto 1519-2019. Al palazzo Ducale di Venezia fino al 6 gennaio 2019

Al ritorno al Lido, abbiamo perso un po’ di tempo davanti al Red Carpet e sorseggiato un aperitivo courtesy of Campari.

Quindi, abbiamo tentato di vedere Process, di Sergei Loznitsa, su un processo dell’epoca staliniana. Troppo noioso. Siamo tempestivamente passati nella sala dove si proiettava Kraben Rau (Manta Ray), di Phuttiphong Aroonpheng ­– Premio per il miglior film nella categoria Orizzonti – sulla tragedia dei rohingya. Interessante, ma abbiamo preferito lasciare la sala prima della fine della proiezione per vedere Ying (Shadow), di Zhang Yimou. Spade e arti marziali in salsa cantonese. Ho dormito per gran parte della proiezione.

Il sette abbiamo guardato Un peuple et son Roi, di Pierre Shoeller, con Gaspard Ulliel, Adèle Haenel, Olivier Gourmet, suI fatti tra luglio 1789 e gennaio 1793 che, nell’ambito della Rivoluzione Francese, hanno portato alla decapitazione di Luigi XVI.

Didascalico ma bello. Tanti personaggi e centinaia di comparse. Interessante la focalizzazione sui rapporti tra il popolo (soprattutto le donne), i nobili e il sovrano.
Subito a seguire, abbiamo visto Una storia senza nome, di Roberto Andò, con Laura Morante, Alessandro Gassman, Jerzy Skolimowski, Micaela Ramazzotti, Renato Carpentieri, Antonio Catania, Gaetano Bruno.

Anche questo, pur non essendo un capolavoro, è un film molto divertente, grazie a una storia avvincente, ricca di spunti comici, tra la commedia e il noir. Infatti, la cosa migliore del film è la sceneggiatura, ad opera dello stesso Roberto Andò e di Angelo Pasquini.

Ultima avventura del festival, la visione del film di Terrence Malick L’albero della vita (2011), nella versione estesa di 188′. E anche questa è fatta.

Mario Bellini

Mario Bellini, L’Architettura del Vetro, il Vetro dell’Architettura. Murano, fino al 3 marzo 2019.

L’ultimo giorno del Festival, di ritorno da Murano, dopo aver assistito all’inaugurazione della mostra di Mario Bellini al Museo del Vetro, abbiamo seguito in vaporetto la premiazione in streaming sul cellulare e siamo andati a metterci in coda per vedere The Favourite, di cui ho gia scritto, che non eravamo riusciti a vedere il giorno della sua presentazione.

L’autore di questo articolo nel padiglione dell’Irlanda alla 16. Biennale Architettura all’Arsenale di Venezia.

Il nove, liberi da impegni cinematografici, siamo tornati alla Biennale Architettura all’Arsenale, prima di riconsegnare la casa e di avviarci al traghetto per la terraferma.

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