UN PERSIANO ALLA BIENNALE DI VENEZIA – 1

Bernardo Oyarzun, “Werken”, Padiglione del Cile.

A chi mi chiede che cosa pensi della 57a Biennale d’Arte di Venezia, confesso candidamente di non ritenermi sufficientemente competente per dare un giudizio su cose che in fin dei conti non capisco. Né aiuta la fretta che anima il visitatore confrontato con una mole di immagini decisamente schiacciante (di Cristina Risciglione e Renato Corpaci).

Così, ci è voluto un po’ per digerire le incomprensibili assurdità a cui talvolta l’arte contemporanea sembra sottoporre il povero visitatore persiano.

Sarà un segno della confusione che impera nel mondo, ma, al primo impatto, gli artefatti esposti sembrano dividersi in opere decisamente prive di senso, opere concettuali che dichiarano un significato riconoscibile solo a posteriori e opere figurative che però, seppur piacevolmente comprensibili, sembrano avulse dal tenore generale dell’esposizione.

Comunque, non tutto quello che si vede risulta essere un arbitrario spreco di tempo e di risorse. D’altra parte, obiettivamente, non si può fare a meno di fare i conti con una realtà incerta e instabile, in cui l’assurdo è in agguato dietro l’angolo, in qualsiasi momento e negli ambiti più insospettabili. Non è l’arte forse lo specchio della realtà?

Christine Macel, curatrice

Durante la cerimonia di apertura, il presidente della Biennale Paolo Baratta ha sottolineato come Christine Macel, curatrice dell’esposizione principale “Viva Arte Viva“, sia «consapevole di vivere in un’età d’inquietudine» in cui l’artista occupa il ruolo di reinventare universi. Così facendo, inietta vitalità nel mondo in cui viviamo. Il risultato è, nell’intenzione di Christine, una mostra ispirata all’Umanesimo, impegnata a contrastare le forze ostili all’umanità.

A questo proposito, il fenomeno migratorio è da ritenersi centrale in molte delle opere esposte alla Biennale: dal padiglione della Tunisia, che offre passaporti senza nome, senza fotografia, solo un’impronta del pollice, a chiunque lo richieda, al Messico, che proietta un video di Carlo Amorales in cui pupazzi interpretano il linciaggio di una famiglia di emigranti; dal Sud Africa alla Nuova Zelanda, all’Australia, come si vedrà nei prossimi post.

UN PERSIANO ALLA BIENNALE DI VENEZIA – 2
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